
Quella sera, gli domandò della sua famiglia. Cinzia gli aveva parlato della sua. Di quella che aveva avuto. Era rimasta orfana a sedici anni dopo di che si ero mantenuta da sola. Lavorando e studiando si era resa indipendente. Si era laureata in lingue e aveva subito trovato lavoro all'ambasciata inglese a Roma. Era abituata a far sacrifici.
Diego si era commosso nell'udire la storia della sua vita. Era rimasta sola, a 16 anni, quindi poco più di una bambina, era dovuta crescere troppo in fretta e dipendere solo dalle proprie forze. Per quello, forse, non era interessata vivere nel lusso, le interessava solo esser amata e rispettata. Due cose che Augusto non le aveva dato, perché non le aveva potute comprare.
Ma ora voleva sapere di lui.
Diego ebbe un brivido. Ecco la domanda fatidica. La sua vita era legata in qualche modo a quella del suo ex amante deputato Augusto Sciacca. Ma lei aveva diritto di saper qualcosa in più di lui, Diego Ambrosi.
-vuoi proprio saperlo? Mio padre era un carabiniere. Un capitano valoroso. Integro. Ma durante una sparatoria a Gela, e' morto. Ucciso. Non si aspettava che quella persona gli sparasse. Era un suo amico. Almeno così lui credeva.-
- Oddio...vedi, anche chi pensi che sia tuo amico, può accoltellarti alle spalle. Ed è una vera vigliaccheria-sbottò Cinzia. Deve esser stato terribile perdere il proprio padre in quel modo violento, inaspettato. Perché, anche se sai che la persona a cui vuoi bene, fa parte delle forze dell'ordine, e corre quindi costantemente pericolo di vita, perderlo è sempre un dolore atroce e del tutto inatteso. Era stato ucciso da una persona di cui si fidava, rendeva il tutto ancor più crudele. Brutale. Feroce.
-Già-
Diego ricordava quel maledetto giorno di sette anni prima. Suo padre era stato trasferito a Roma, da Palermo. Ma aveva un ultima operazione da fare, incastrare un gruppo di malavitosi, denominati il famigerato clan dei Nicodemi a Gela. Augusto Sciacca si era introdotto nel gruppo per poi aiutare la polizia a incastrarli.
Cosi suo padre gli aveva chiesto di portare Angelie, ovvero sua moglie nonché madre di Diego, a Roma. Ma mentre lui e sua madre attendevano in aereoporto, che venisse annunciato il volo, Diego era andato a prendere dei quotidiani e delle riviste. Sua madre era rimasta in attesa in un elegante bar, a prendere un caffè. Ma mentre stava per rientrare nel locale, sentì il rumore di una tazzina infranta e un grido. Era così entrato e aveva visto sua madre perdere i sensi. L'aveva presa al volo un signore.
L'avevano fatta sedere su una sedia, tenendole il capo indietro. Angelie Jamotte-Duprée Ambrosi però si era subito rianimata. Aveva guardato in alto. Un televisore appeso ad un sostegno apposito, era acceso e stava trasmettendo un notiziario. Raggelato Diego vide la foto di suo padre con la divisa dell'arma, e poi su delle rocce, il corpo di un uomo coperto da un telo. Capì che sotto quel telo c'era suo padre. Erano tornati così all'appartamento di Palermo. Sua madre non aveva parlato fino a casa. Dove ad attenderli c'era un collega del capitano Ambrosi. Era inutile che proferisse quelle parole. Aveva capito che sapevano già. Respinse il nodo in gola.
-tu avevi detto che eri benestante- domandò lei confusa. Lo richiamò al presente.
-Sì. Mia madre è molto ricca di nobili origini-
-capisco.-
Ma sentiva che lui nascondeva qualcosa. Quella morte del padre non doveva esser stata del tutto chiara, sospetti, dubbi agghiaccianti ruotavano intorno a quell'esecuzione. Perchè l'amico del capitano Ambrosi aveva sparato? Chi era?
-Questo cosiddetto amico di tuo padre è ancora libero? -
-sì. Un giorno la pagherà-
-non c'erano prove per incastrarlo?-
-no-
Quella ragazza stava per costringerlo a dirgli il nome dell'assassino di suo padre. Di Sciacca. Come fermarla senza apparire schivo e quindi molto restio a raccontare la verità?
-come si chiama questo essere ignobile?-
-no, non posso dirtelo, piccola-fu lapidaria la risposta di Diego. Ma lei non ne fu soddisfatta. Perché le mentiva? Perché non voleva sfogare il suo dolore rivelandole quella storia. Era sempre così ermetico. Perché quella riluttanza e celare il nome di quell'individuo? Cosa nascondeva?
-Perché?- insiste Cinzia.
-perché ho anch'io i miei segreti va bene?- la rimproverò duramente.
Detestava esser così brutale con lei, che lo scrutava cercando di giungergli fino all'anima, con quegli occhioni innocenti, ansiosi di capire, di aiutarlo. L'amava follemente e voleva proteggerla da crudeli verità. Non poteva dirle chi era quell'uomo. O capiva troppe cose. Non era ancorai il momento.
-Diego...- sussurrò di nuovo Cinzia.
Lo scrutava con attenzione, era profondamente turbato. Lei l'aveva costretto a mettere a nudo i suoi tormenti interiori, l'aveva fatto per aiutarlo. Perché le nascondeva la verità? Le venne istintivo posare la mano sul braccio di lui. Lui tremava. Ne fu molto colpita. La gola le si strinse.
Diego la guardò e a costo di apparirle un mostro di egoismo, la respinse in modo rude. Perché quel tono dolcissimo di lei lo stava facendo soccombere, arrendere. Doveva farla smettere.
-ma lasciami in pace e pensa ai tuoi guai! - gridò, scostando con violenza, la mano di lei che cercava di calmarlo. Si alzò di colpo, scaraventando a terra la sedia, e si voltò verso la finestra, mettendosi le mani sui fianchi. Senza guardarla.
Cinzia ricacciò indietro le lacrime. Quindi sparecchiò e lavò i piatti in silenzio.
Forse aveva esagerato nel voler sapere ad ogni costo ma lui non doveva reagire così. Avrebbe dovuto dirle con più garbo ' non me la sento ora di parlarne, non insistere, ti prego' queste le parole che si aspettava. No, si era infuriato, imbizzarrito come un cavallo che non vuol esser domato.
Lui si chiuse nel suo studio dopo aver sbattuto la porta. Voleva star solo. Rintanarsi nella sua tana, in quel caso il suo studio, immergersi in un buon libro e non pensare ad altro. Preferiva che lei lo ritenesse un uomo insopportabile, che ferirla con la verità tagliente come una spada.
Cinzia così prese una decisione. Era stanca di quei silenzi di lui, voleva vedere se lui reagiva, se lei provava ad andarsene.
Si avviò così in camera e gettò i suoi abiti in una borsa capiente da viaggio. Infilò anche i due cd nella borsetta. Si diresse così alla porta di casa.
-dove vai?-la bloccò in quel momento la voce di lui. Cinzia non si voltò.
Non immaginava che lui si accorgesse che stava per andarsene.
Diego aveva avuto la percezione che lei stesse per andarsene. La trovò vicino alla porta. Nell'ingresso.
-ti importa?- gli domandò senza guardarlo.
Cinzia non voleva mostrargli le lacrime che le erano sgorgate.
Diego trovò la domanda del tutto legittima.
-Sì-sussurrò lui. Il cuore gli doleva nel vederla con la valigia. Lei aveva la voce roca e bassa, stava chiaramente piangendo. Ma non voleva darglielo a vedere.
Si sentì spregevole. Ma gli importava davvero di lei, o non sarebbe uscito da quello studio se non avesse avuto l'impressione che lei stesse per andarsene. La vide asciugarsi con stizza le guance bagnate. Strinse con forza il bordo della sedia a cui si era appoggiato. La tensione era a livelli altissimi. Sentiva quasi degli spasmi nello stomaco.
Cinzia non riusciva a voltarsi, guardarlo. Certo era lì a fermarla. Era uscito dal suo rifugio per vedere cosa stesse facendo. Ma voleva fargli capire che era ferita del suo silenzio, del suo comportamento.
-Non ti credo.- riuscì a dire. Sentiva ogni parte del volto irrigidita dalla tensione.
-Io ...-
Cinzia lasciò cadere a terra la borsa e si voltò. Quei suoi monosillabi la irritavano particolarmente.
-tu cosa ? Maledizione, Diego ! - inveì, guardandolo infuriata e sofferente.
Diego fu stupito della reazione di lei, determinata a scuoterlo.
-vieni qua...- si era avvicinato a lei e cercò di stringerla fra le braccia.
Di solito quando l'abbracciava, lei si calmava. Dimenticava i loro screzi ma stavolta non servì nemmeno quello stratagemma.
Lei lo guardò, scuotendo il capo, delusa. Come Augusto, Diego cercava di farle dimenticare il motivo del loro litigio ricorrendo alla passione, alle effusioni. No, stavolta no ! Diego non doveva ricorrere a quei subdoli trucchi per distrarla. Lui non cattivo, perché si sforzava di comportarsi in quel modo sgradevole? Non gli era naturale.
-No! Non toccarmi. Ho cercato di essere comprensiva con te e tu mi hai respinto. Hai idea di quanto fa male? -
Aveva cercato di capirlo, dargli il suo appoggio e lui? La respingeva.
-anche tu non sei sincera con me-
Le fece notare. Anche lei, dopo tutto , si nascondeva dietro a segreti. Come era accaduto quando era entrato quel pomeriggio nella sua stanza. Lei sembrava aver appena nascosto qualcosa di importante. Pericoloso.
Cinzia ammise che aveva ragione. Era pronta a dirglielo, ma non era stata cruda con lui nel negare.
-Sì, forse è vero, ma io non sono violenta con te. Io non posso parlare perchè la mia vita sarebbe in pericolo! - si giustificò.
Lui cosa aveva da perdere nel rivelarle il nome dell'assassino di suo padre? Lei rischiava davvero moltissimo nel parlare. Cosa sapeva. Di cosa era in possesso attraverso quei cd.
-almeno di me devi fidarti- la redarguì lui. Erano insieme, erano una coppia, perchè ancora non si fidava di lui?
Fidarsi di lui? Diego aveva davvero una bella faccia di bronzo a chiederglielo.
-non posso fidarmi quando anche tu mi menti su quelle telefonate - ribatté lei, mettendosi le mani sui fianchi, squadrandolo, con il mento sollevato per guardarlo in viso. Lui era così alto.
-dannazione ! - sbottò Diego, passandosi una mano fra i capelli. Era una ragazza intelligente, aveva già capito che quelle telefonate non erano così innocenti.
Tentò di nuovo di avvinghiarla fra le proprie braccia. Per non risponderle.
-Dai, su, piccola, smettiamola di litigare- sussurrò cercando di baciarla. Lei lo respinse.
-hai iniziato tu. Ora non risolverai con il sesso il problema che c'è fra noi-
-quale problema?- la interrogò sbalordito. Che altro problema? Non capiva. A parte quelle bugie che si ostinavano a dirsi, ognuno per difendere l'altro e difendersi.
-i segreti-doveva parlare chiaro, una volta per tutte, su cosa provava, avvertiva. Il disagio di quei silenzi.
-Piccola, ti contraddici. Ma l'hai detto tu. Non puoi parlare perché ti metti in pericolo quindi ecco i segreti fra di noi-
-Rispondi ora : chi ti chiama o chi chiami tu in continuazione? Un amante forse?- lo provocò. Era un donnaiolo incallito. Incapace di accontentarsi di una sola donna. Voleva che lui negasse, spiegando così il motivo.
-Macché amante. Tu mi rubi tutte le energie. Quindi smettila di dire sciocchezze ora. Do' consulenze mediche anche per telefono quando non sono in ambulatorio, possibile che non ci credi?-
Un amante? Certo, sarebbe stato molto meno complicato farglielo credere, ma rischiava di perderla per sempre. Certo, le stava di nuovo mentendo, ma perché non riteneva possibile che potesse lavorare anche attraverso quelle telefonate. Non c'era nulla di strano.
-mi è difficile crederti. Visto che dopo sei un fascio di nervi-
-ti sbagli, sono preoccupazioni, niente altro. Sai quanto amo gli animali, soffro se loro stan male. -
Cinzia sospirò e tornò in camera sua. Del resto dove poteva andare?
Gli fece comprendere che voleva sola quella notte.
Ma quando si svegliò all'alba, lui era sdraiato alle sue spalle, e l'avvolgeva con le sue braccia.
Non aveva la forza di respingerlo. In un certo senso la sua presenza le dava un senso di protezione a cui era davvero difficile rinunciare.
Forse, le mentiva per proteggerla.
Da Augusto? Lei non gli aveva detto che aveva visto Sciacca compiere l'omicidio. Quindi da chi la proteggeva? Aveva capito che lei aveva delle informazioni scottanti, la proteggeva per quello?
Con quelle domande che le vorticavano nella testa, tornò a dormire.
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