
LONDRA 1911
LA TRAPPOLA
Quella sera, invitai alcuni amici del mio corso a bere qualcosa nella mia stanza. Una piccola festa. I miei amici erano persone che sapevano divertirsi ma senza ricorrere alle classiche goliardie volgari da universitari. Erano persone mature anche se molto giovani. Avrei festeggiato con Mike e Jak in altro momento. Certo quella sera bevvi piu’ del solito per l’euforia. Anche gli altri eccederono di più, ma dovevano fare ben poca strada, giusto arrivare fin alla loro stanza, sul mio stesso piano del convitto.
Quando andarono via, ero piuttosto alticcio.
Ero seduto sulla mia poltrona, sorridendo e ripensando alle battute dei miei amici, quando sentii bussare alla porta. Mi alzai. Mi ero accorto che Clark Lester aveva scordato i suoi occhiali, dalla forma piuttosto moderna, posati sulla mia scrivania. Così li presi in mano, e sorridendo, andai ad riaprirgli. Ma rimasi stupito quando mi trovai davanti una donna.
Il suo viso mi pareva vagamente familiare. Lei entrò con decisione. Io malfermo sulle gambe, mi riavvicinai alla scrivania, e riappoggiai gli occhiali. Con un certo sforzo, mi voltai verso di lei. Non ero abituato a bere. La mia testa girava vorticosamente.
- Sei ubriaco- mi disse la donna, con una certa allegria.
- Tu, chi sei? – non riuscivo a riconoscerla. Eppure l’avevo vista. Ma dove? Dove, maledizione! Sapevo che stavo per mettermi nei guai, avvertivo il pericolo, eppure non riuscivo a reagire.
- Una tua compagna, Ian, e sono venuta ad aiutarti in caso stai male. Infatti conosco un rimedio per farti passare la sbornia, e senza conseguenze- mi comunicò, sicura di sè. Ma non riuscivo ancora a capire chi fosse quella donna. Quella voce..
- Ah si ? Lasciamelo qua, e puoi andartene. Grazie – ribadii. Per me era imbarazzante mostrarmi così. Mi passai una mano fra i capelli, sedendomi sulla poltrona, e chiusi gli occhi. Il giramento di testa mi dava un vago senso di nausea. Sentìi trafficare nel piccolo cucinotto. Poco dopo, lei arrivò con un bicchiere pieno di liquido rosso intenso.
- Oddio cosè ? – chiesi inorridito nel vedere quel colore. Pareva fosse sangue.
- E’ delizioso. E’ un antidoto scozzese contro la sbronza, su bevi, coraggio –
Io la guardai. Poi sospirai ed ecco che feci il mio più grande e terribile errore. Non perché il liquido fosse piccante da infuocarmi il sangue nelle vene.
- Ma e’ una bomba! – esclamai infatti.
- Funziona dai bevi…-
Ma per quello che avvenne in seguito, dopo quella stupidaggine di fidarmi di una sconosciuta che mi offriva da bere un liquido inverosimile. Mi feci forza, e barcollando mi diressi al letto. Mi ci buttai sopra. Chiusi gli occhi. Sperai così che la sconosciuta se ne andasse, e che mi lasciasse in pace. Mi addormentai di colpo.
Un ora dopo, mi ridestai. Avvertii un peso addosso, e infatti vidi lei seduta a cavalcioni su di me. Indossava solo un corsetto di pizzo e tulle che lasciava poco all’immaginazione. Era molto bella e pericolosa. Lei stava muovendosi sul mio corpo che reagiva quasi per ‘conto proprio’ e stava tradendomi ignobilmente. Le afferrai i fianchi ma non riuscivo a muoverla di un centimetro. Ci procurammo piacere a vicenda, in un delirio dei sensi.
Dopo l’amplesso, lei scivolò al mio fianco, si strinse il lenzuolo al corpo. Io ricaddi nell’oblio più completo.
Verso l’alba, mi svegliai per andare in bagno. Mi ci volle qualche secondo per rendermi conto che ero nudo. Espletai le mie funzioni, e intanto cercai forsennatamente di ricordare. Rientrai nella stanza e indossai i pantaloni del pigiama, poi mi sedetti sul letto. Mi voltai e vedendo la forma del corpo di una donna nel letto, ricordai ogni cosa.
Non era stato per niente piacevole. Era stato solo un rapporto delirante e senza calore ripensando a cosa avevo fatto, complice la mia stupidità, mi sentii travolgere dalla nausea. Mi precipitai di nuovo in bagno e rigettai.
Appena mi ripresi, e dopo essermi rinfrescato il volto, mi sentii finalmente lucido. Tornai accanto al letto, e la svegliai bruscamente.
- sparisci immediatamente !- lei si guardò intorno quindi si alzò e si vestì.
- Posso andare un momento in bagno?- chiese con un sorriso ingannatore.
- No. Fuori! –
- Ma e’ buio fondo! – erano solo le quattro e mezza di mattina. Ma cosi, poteva ancora passare inosservata.
- Lo so. Cosi nessuno ti vede, e non mi comprometti ancora di più. Su fuori…- e la spinsi verso la porta. Lei con le scarpe in mano, uscì finalmente dalla mia stanza. Sperai che nessuno l’avesse sentita e vista. Non mi accorsi del suo sorriso trionfante.
Dopo di che, chiusi la porta e mi riappoggiai contro, strofinandomi energicamente il volto. Provavo ira verso me stesso. Per esser stato così stupido! E cercai di togliermi di dosso il senso di colpa per esser stato a letto con un'altra. Non avevo mai tradito Laura. Anche quel fatto mi tormentava. Provai di nuovo disgusto verso me stesso, per aver goduto con quella donna pericolosa. Mi ributtai a letto, sperai infine, che quel terribile incontro non avesse conseguenze disastrose. Ma capii solo in seguito, che ingannavo me stesso.
Quel pomeriggio di due mesi dopo, Ian tolse il foglio dalla macchina da scrivere Smith Premier de 1889. Mio padre me l’aveva regalata per il mio ventesimo compleanno. Era del mio stesso anno di nascita.
La prima macchina da scrivere, però, aveva natali italiani. L’avvocato italiano Giuseppe Ravizza a meta’ dell’ottocento l’aveva inventata per scopi molto nobili ovvero che anche i non vedenti potessero comunicare, e fu così denominata e brevettata come cembalo scrivano. Ecco il motivo principale motivo del posizionamento dei singoli tasti in modo da poter dattilografare a memoria senza doversi sforzare per distinguere i tasti e per facilitare l’uso della mano destra e sinistra in modo ergonomico.
Infilai il foglio nella cartelletta insieme agli altri che completavano la tesi ed euforico e soddisfatto, mi alzai. Afferrai anche la giacca, e mi avviai alla porta.
Appena l’aprii, sobbalzai. Di nuovo lei!! Aveva un aria davvero euforica.
Mi appoggiai allo stipite della porta, con malcelato nervosismo. Dopo averne parlato a Jakob e Micheal, non aveva più pensato a quella notte da incubo. Lei del resto, non si era più fatta viva. Quindi ero certo di non rivederla. Ora avvertivo di nuovo la quiete che precede la tempesta.
- Devo andare a consegnare questa. Lasciatemi stare va bene? – volevo mantenere di nuovo le distanze dandole del voi.
- Devo parlarti assolutamente…- ma lei non volle mantenerle. Inoltre il suo tono non presagiva niente di buono.
- Vi ho gia’ detto che ora non posso!-
- Ian, ti conviene tornare qua dopo- io sospirai, ma mi mancava il respiro. La guardai di nuovo. Perché era così felice? La mia mente si rifiutava di capire. Bene. Se doveva dirmi qualcosa, doveva però aspettare.
- Va bene. Vi posso dedicare solo venti minuti, ma non ora- e le feci cenno di uscire dalla mia stanza, chiudendo la porta a chiave. All’uscita dell’edificio, mi voltai verso di lei, comunicandole con tono gelido.
- Potete prendere qualcosa al bar dell’universita’. Ci vediamo dopo-
- Va bene- e ubbidì stavolta. La vidi allontanarsi. Chi poteva pensare che quella donna, dall’aspetto tanto femminile, e molto rispettabile, fosse una donna così ‘pericolosa’! Mi chiesi doveva aveva acquistato quegli abiti così eleganti? Le prime due volte che l’avevo incontrata, indossava abiti piuttosto volgari.
Dovevo concentrarmi sulla tesi ora. Mi diressi verso la palazzina della sua facolta’.
Consegnai la tesi e mi fu assegnato l’orario per la prova orale che sarebbe avvenuta l’indomani.
Inutile posporre l’inevitabile così tornai alla mia stanza. Lei era davanti alla porta. Entrammo. Mi diressi all’armadio, mi sfilai la giacca e la cravatta appendendo il tutto ordinatamente. Quindi mi sbottonai due bottoni della camicia, mi mancava l’aria. Sentivo il suo sguardo su di me. Era visibilmente attratta da me. Ma l’attrazione non era reciproca.
- posso accomodarmi ?- mi chiese lei vedendo che non ci pensavo io a farlo. Io annuii, e mi sedetti sull’angolo della scrivania. Mi arrotolai le maniche della camicia fino agli avambracci. L’osservai, incrociai le braccia al petto e, dopo un lungo sospiro, la invitai a parlare.
- Allora cosa avete da dirmi di cosi…importante? –
- Non sei felice di vedermi?- di nuovo il tu.
- No, affatto. Sappiate che ho un pessimo ricordo di quella notte. Non perche’ non ricordo bene, ma perché è stato molto sgradevole. Avete fatto ricorso a dei trucchi subdoli per sedurmi !- sibilai.
- Via Ian, hai provato anche tu piacere. Comunque, non ha importanza ora. Devi esser gentile con la madre del figlio che hai concepito– disse lei, con sguardo calcolatore. Io rimasi raggelato. Ecco la catastrofe al mio insano errore. Era una opportunista abile. Deglutii abbassando il capo, cercando di non mostrarle la mia ansia. Quella donna giocava con i sentimenti altrui. Non dovevo mostrarle la mia paura.
- E’ proprio tuo. Sei stato il mio primo uomo…- sentenziò lei.
Io la guardai allibito da tale affermazione..
- Che bugiarda che siete! Anche se mi avete drogato, ricordo benissimo che non sono il vostro primo uomo – e la fulminai con lo sguardo, accentuando le ultime due parole con tutto il mio sprezzo. Aveva una bella faccia tosta a dirmi una cosa del genere. La vidi accavallare le gambe. sotto il vestito elegante.
- Mettiamo subito in chiaro una cosa, Ian Doyle-Gallagher, se non mi sposi, io ti rovino e ti spedisco a Newgate per il resto dei tuoi giorni- dichiarò con perfida determinazione. Io persi la pazienza. Mi alzai, mi avvicinai a lei, e l’afferrai per un braccio, sollevandola di peso.
Passai al tu. La cortesia del ‘voi’ non la meritava.
- Dimmi una cosa piccola vipera, pensi che sarai felice sposando un uomo che non solo non ti ama ma ti disprezza, e non ti rispetta? –
- A me basta che tu mi sposi. Che mi mantieni! Sono stufa di esser povera. Sei un bel ragazzo. Non sarà spiacevole esser sposata con te, dopo tutto, piuttosto che con un vecchio grinzoso-
Così era questa la sua ambizione. L’università era piena di giovani e attraenti rampolli, ricchi quanto me. Molti di loro non erano fidanzati. Perché proprio io!!! La mollai, soffocando delle volgari imprecazioni.
Lei, con calma studiata, sfilò dalla borsetta un foglio e me lo porse.
- Questa e’ il certificato medico che attesta che ce’ stato un violento rapporto sessuale, la visita l’ho fatta in ospedale dopo il nostro incontro. Mi hai violentata, Ian. Eri completamente ubriaco, e anche i tuoi amici ti hanno visto sbronzo. Non sara’ difficile denunciarti con queste prove –e sorrise, follemente felice.
Con il cuore che mi martellava, mi avvicinai alla finestra. Strinsi i pugni nelle tasche dei pantaloni. Nel vetro, vidi il volto di Laura, e chiusi gli occhi per respingere il dolore che provavo al pensiero di dirle che era finita fra di noi, e che non potevo più sposarla. Poi pensai, quella donna voleva i soldi? Tentai così l’ultima disperata carta. Lei, intanto, si era riseduta
- Quanto vuoi per lasciarmi in pace? Se sono i soldi che ti interessano, piccola volgare sanguisuga eccoti accontentata! –e mentre parlavo, avevo preso dal cassetto un libretto degli assegni, quindi compilato rapidamente, gliel’avevo messo sulle sue gambe. Erano i soldi per la casa ma se servivano a togliermela dai piedi, per non distruggere tutto, erano ben spesi. A sorpresa, lei lo stracciò. Scosse il capo con veemenza.
- Non li voglio Ian. Tu mi devi mantenere, e per sempre- sentenziò. Sembrava il giudice di un tribunale che aveva emesso il verdetto.
Io, persi la calma del tutto. Ero furioso anche e soprattutto con me stesso. Afferrai la caraffa di vetro sul tavolino davanti alla poltrona, e la scagliai contro il muro. Poi la guardai. Lei si alzò, e con la massima tranquillità, poggiò una mano sul mio braccio.
tornerò quando sarai laureato. Cosi fissiamo la data delle nozze. Ciao Ian- sussurrò. Io non ressi oltre quel tono beffardo e l’afferrai per un braccio, e la trascinai alla porta, la condussi fuori e chiusi. Sapevo bene che non potevo chiuder fuori i miei problemi. Tornai a sedermi. Dovevo calmarmi. Il mio cuore dava colpi talmente forti, che mi rimbombavano le tempie.
Dirlo a Laura.
Varcai la soglia del salotto. Laura scese dopo poco. Nel tragitto avevo pensato a mille discorsi da fare per dirlo con le parole giuste, ed ero giunto alla conclusione che non c’erano.
- ciao tesoro, come sei mattiniero - e mi schioccò un bacio sulla guancia. Non meritavo i suoi baci. Lei era più deliziosa che mai, SELF§e io mi sentii rodere il fegato al pensiero di rinunciare a lei.
- Ciao Laura…- sussurrai. Lei mi guardò preoccupata.
- Tutto bene i tuoi genitori? I tuoi fratelli? – e si sedette sul divano. Mi invitò a sedermi vicino a lei. No, non potevo.
- Si, tranquilla stan tutti bene…- mi appoggiai coi gomiti al bordo del divano, e stando dietro di lei. Ma non riuscivo a star fermo.
- L’universita’? Sei pallido. Dimmi, come e’ andata la tesi??? – provò a indovinare lei. Io scosse il capo. Le mostrai con orgoglio la spilletta, era blu con un bordo esterno rosso, al centro una piccola leonessa con un libro fra le zampe infilata nel bavero della giacca. SELF§ Ero laureato.
- e’ l’unica cosa giusta che ho fatto in questo periodo...- aggiunsi sorridendo amaramente.
- Allora che cosa ce’!!! Ti prego, Ian, non farmi stare in ansia! – mi disse lei.
- Ho combinato un guaio – le dissi.
- Guaio? –
- Si. Ricordi quella ragazza, quella donna del Regent Park? – dovevo dirglielo. Inutile tentennare. Farla soffrire ulteriormente
- Si…-
- Mi ha come dire…intrappolato. Io sono stato stupido a cascarci –
- Come incastrato? – chiese lei, e vidi i suoi occhi farsi lucidi, sentii la sua voce spezzarsi. Anch’io sentivo gli occhi farsi lucidi. Era insopportabile farle del male.
- E’ incinta. Mi ha drogato e ho ceduto a lei, e sono stato a letto con lei. Laura picchiami, insultami perché ne hai tutti i diritti- e la guardai. Lei mi si avvicinò e mi accarezzò il volto.
- Sei stato solo molto ingenuo- disse dolcemente lei. Vidi che alzava una mano per sfiorarmi il viso.
Io rifiutai le sue carezze. Mi allontanai. Diede un pugno contro il muro, non capivo la sua reazione. - Devi sposarla- disse poi. Non era una domanda.
- Si, Laura, o mi denuncia per violenza e la mia carriera finirebbe li, la mia vita normale finirebbe-
- Ti starò sempre vicino. Finchè vivrò. Se me lo permetterai- e sospirò, io la guardai allibito.
- Laura, la vuoi capire che è finita fra di noi? Come puoi volermi ancora dopo il male che ti sto arrecando? – le dissi, ero sconvolto.
- Sarà persa la nostra possibilità di sposarci, ma non il nostro amore, Ian-
- Laura…- dissi solo.
- Credi che potrò amare ancora qualcuno quanto amo te? – sussurrò lei. Io, mi avvicinai a lei.
- Laura, ti prego, sei giovane, e troverai un bravo ragazzo che ti merita– dissi con voce roca. Mi voltai verso la finestra. Stare lì era una sofferenza per lei e per me. Dovevo andarmene. D’improvviso mi sentii circondare alla vita dalle sue braccia. Poggiò la sua testa contro la mia schiena.
- Io ti amo tanto. Non dimenticarlo mai. Ci sarò se mi cercherai-mi rivelò di nuovo, e con estrema dolcezza.
Mi voltai, allontanandomi da lui. La guardai incredulo.
- Te l’ho detto! Non e’ giusto che mi aspetti perché io dovrò cercare di far funzionare il matrimonio- dovevo esser duro. Insopportabile. Forse così reagiva. Mi schiaffeggiava.
- Non ti preoccupare per me. Me la caverò. Rimarremo amici davanti agli altri intesi? –
- Laura, smettila di esser così gentile con me. Lo vuoi capire che mi sono comportato da mascalzone ? Da irresponsabile! Tu sei cosi straordinaria e non ti merito più.- lei mi guardò poi mi baciò con passione. Uno struggente bacio. L’ultimo. L’allontanai da me. Lei tornò a sedersi sul divano.
- Lo sanno i tuoi che devi rompere il fidanzamento? – mi chiese.
- Oh, si, lo sanno si. Ieri sera ero a cena da loro, e ho dovuto dirlo. Mio padre poi mi ha letteralmente sbattuto fuori casa…-
- Non l’ha presa bene…- ironizzò lei. Forse era per orgoglio che non mi mostrava il suo dolore? Altre volte, nei nostri piccoli litigi, aveva reagito così.
- No, direi di no- dissi asciutto. Cercando di ricacciare indietro quel ricordo spiacevole.
- cosa dirai a tuo padre? – chiesi poi, ricordando quando all’inizio, aveva osteggiato il nostro rapporto. Ora avrebbe avuto tutte le ragioni per infuriarsi con un irlandese.
- Pensavo di dirgli che i nostri sentimenti sono cambiati, e che e’ stata solo una storiella da adolescenti-
- No, non ci crederà mai. Devi dirgli che sono io il colpevole della rottura-lei scosse il capo.
- Sei impazzito? Ti scaglierà addosso mio fratello. Per te, non deve essere stato facile dirmi che era finita…- mormorò.
- Per niente facile ma mi aspettavo un’altra reazione da te. Ora devo andare. Pensa a quel che ho detto. Sei giovane e bella. Intelligente. Trovari uomini degni di te. Io non lo sono- le dissi. Quindi mi avviai alla porta. La guardai un ultima volta. Lei era sulla soglia del salotto, con uno sguardo languido. Uscii rapidamente. Non avevo molte speranze che George Stanford avrebbe bevuto facilmente le parole di sua figlia.
Il pestaggio.
Quella sera, incassai la paga settimanale e uscii in strada. Ero ancora depresso per la rottura del fidanzamento e il silenzio dei miei. Anche Ryan sembrava irritato con me.
Girai rapido in un vicolo prendendo una scorciatoia, per arrivare prima al convitto. Ancora due giorni poi la cerimonia della consegna della laurea quindi avrei dovuto cercare un posto per se per Sylvia e per il bambino. Un lavoro l’avevo gia’ appena ritiravo la laurea. Essendo primo del mio corso, l’università l’aveva segnalato alle varie ambasciate. Avrebbe affiancato un diplomatico all’ambasciata italiana. come assistente.
Poi avrei dato un altro esame di stato per poter diventare diplomatico. Sul piano del lavoro avevo un futuro assicurato. Oltre a rinunciare alla donna che amavo, non poteva rinunciare anche ad una promettente carriera, finendo a Newgate o alla Queen's Bench Prison. Luoghi terrificanti solo vedendoli dall’esterno. Sarei stato facile bersaglio, incapace di reagire se non con le mie chiacchere. No, non volevo andarci per un reato non commesso.
Ero cosi soprapensiero, che girando l’angolo, mi trovai davanti due uomini. Avevano un aria minacciosa, e vidi subito brillare, nella mano di uno dei due, la lama di un serramanico. Uno dei due era il fratello di Laura. Che cosa era successo?
- Ehi, Cedric, che ti prende? Tua sorella e io ci siamo lasciati in modo molto amichevole- cercai di spiegargli.
- bugiardo ! - e Cedric cercò di affondare la lama. Io, essendo più longilineo, lo scansai. Avevo ottimi riflessi. Non potevo credere che Laura avesse cambiato idea . Mi era parsa sincera. Forse ci aveva ripensato, e non riusciva a perdonarmi? Nemmeno lui si perdonava. Compresi però che Cedric era li all’insaputa di Laura.
Arrivarono altri tre uomini. Eh no, loro che motivo avevano?
- cosa succede qua? – chiese uno di loro, il più massiccio.
- questo piccolo bastardo di un irlandese ha disonorato mia sorella, e l’ha lasciata senza motivo-disse Cedric con arroganza. L’uomo mi guardò, con un ghigno con la bocca storta.
- Piccolo non mi pare molto, comunque se volete picchiarlo, ci sto e vi aiuto. Sono sempre disponibile a malmenare un irlandese-
Così intuii che si stava mettendo piuttosto male per me, e cercai una via di fuga. Ma gli altri due uomini mi afferrarono per le braccia e mi scaraventarono contro una serie di bidoni della spazzatura.
Tutti si accanirono su di me, calci nella schiena e nello stomaco, una pugnalata sul braccio piuttosto profonda e un paio di tagli sul petto più lievi. Il mio viso divenne presto una maschera di sangue tanti i pugni ricevuti, anche con il pugno di ferro dato da quello dal ghigno sbieco. Finalmente, due di loro si fermarono.
- basta cosi, o l’ammazziamo. Non posso avere un morto sulla coscienza…-disse Cedric. Ma un altro mi diede due calci alla schiena, e solo dopo avermi colpito al fianco con il coltello, si allontanò da me. Cedric mi afferrò per i capelli e mi sollevò il viso. Sentì che respiravo ancora, seppur affannosamente. Finalmente se ne andarono tutti. Io chiusi gli occhi quel che mi parve un secondo. Ma persi conoscenza per qualche ora. Quando riuscii a riemergere, avvertii il tanfo dell’immondizia.
Provai ad alzarmi. Mi ci vollero almeno quattro tentativi perche’ ci vedevo quasi doppio. Ma tenendomi su, appoggiandomi e strusciando contro il muro, lo costeggiai fino a che giunsi dietro la cappella del campus. Sentivo un rivolo di sangue finirmi in bocca. Il dolore alla tempia mi impediva di vedere nitidamente. Mi fermai per prendere fiato, la milza mi arrecava dolore in modo atroce. Oltre che tutto il resto del mio corpo.
Bussai alla porta della casa di Ryan, con tutta la forza che mi restava, e nonostante la ferita.


