martedì 11 agosto 2009

IL TRIANGOLO



Disclaimer: le opere contenute in questo blog sono di proprietà dell'autrice ai sensi della legge n.633 del 22/04/1941. La medesima legge, dell'articolo 171, sanziona penalmente la condotta di chi, senza il consenso dell'autore, riproduce, trascrive, diffonde o pone in commercio l'opera altrui. Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001

LONDRA 1911
LA TRAPPOLA

Quella sera, invitai alcuni amici del mio corso a bere qualcosa nella mia stanza. Una piccola festa. I miei amici erano persone che sapevano divertirsi ma senza ricorrere alle classiche goliardie volgari da universitari. Erano persone mature anche se molto giovani. Avrei festeggiato con Mike e Jak in altro momento. Certo quella sera bevvi piu’ del solito per l’euforia. Anche gli altri eccederono di più, ma dovevano fare ben poca strada, giusto arrivare fin alla loro stanza, sul mio stesso piano del convitto.
Quando andarono via, ero piuttosto alticcio.
Ero seduto sulla mia poltrona, sorridendo e ripensando alle battute dei miei amici, quando sentii bussare alla porta. Mi alzai. Mi ero accorto che Clark Lester aveva scordato i suoi occhiali, dalla forma piuttosto moderna, posati sulla mia scrivania. Così li presi in mano, e sorridendo, andai ad riaprirgli. Ma rimasi stupito quando mi trovai davanti una donna.
Il suo viso mi pareva vagamente familiare. Lei entrò con decisione. Io malfermo sulle gambe, mi riavvicinai alla scrivania, e riappoggiai gli occhiali. Con un certo sforzo, mi voltai verso di lei. Non ero abituato a bere. La mia testa girava vorticosamente.
- Sei ubriaco- mi disse la donna, con una certa allegria.
- Tu, chi sei? – non riuscivo a riconoscerla. Eppure l’avevo vista. Ma dove? Dove, maledizione! Sapevo che stavo per mettermi nei guai, avvertivo il pericolo, eppure non riuscivo a reagire.
- Una tua compagna, Ian, e sono venuta ad aiutarti in caso stai male. Infatti conosco un rimedio per farti passare la sbornia, e senza conseguenze- mi comunicò, sicura di sè. Ma non riuscivo ancora a capire chi fosse quella donna. Quella voce..
- Ah si ? Lasciamelo qua, e puoi andartene. Grazie – ribadii. Per me era imbarazzante mostrarmi così. Mi passai una mano fra i capelli, sedendomi sulla poltrona, e chiusi gli occhi. Il giramento di testa mi dava un vago senso di nausea. Sentìi trafficare nel piccolo cucinotto. Poco dopo, lei arrivò con un bicchiere pieno di liquido rosso intenso.
- Oddio cosè ? – chiesi inorridito nel vedere quel colore. Pareva fosse sangue.
- E’ delizioso. E’ un antidoto scozzese contro la sbronza, su bevi, coraggio –
Io la guardai. Poi sospirai ed ecco che feci il mio più grande e terribile errore. Non perché il liquido fosse piccante da infuocarmi il sangue nelle vene.
- Ma e’ una bomba! – esclamai infatti.
- Funziona dai bevi…-
Ma per quello che avvenne in seguito, dopo quella stupidaggine di fidarmi di una sconosciuta che mi offriva da bere un liquido inverosimile. Mi feci forza, e barcollando mi diressi al letto. Mi ci buttai sopra. Chiusi gli occhi. Sperai così che la sconosciuta se ne andasse, e che mi lasciasse in pace. Mi addormentai di colpo.
Un ora dopo, mi ridestai. Avvertii un peso addosso, e infatti vidi lei seduta a cavalcioni su di me. Indossava solo un corsetto di pizzo e tulle che lasciava poco all’immaginazione. Era molto bella e pericolosa. Lei stava muovendosi sul mio corpo che reagiva quasi per ‘conto proprio’ e stava tradendomi ignobilmente. Le afferrai i fianchi ma non riuscivo a muoverla di un centimetro. Ci procurammo piacere a vicenda, in un delirio dei sensi.
Dopo l’amplesso, lei scivolò al mio fianco, si strinse il lenzuolo al corpo. Io ricaddi nell’oblio più completo.
Verso l’alba, mi svegliai per andare in bagno. Mi ci volle qualche secondo per rendermi conto che ero nudo. Espletai le mie funzioni, e intanto cercai forsennatamente di ricordare. Rientrai nella stanza e indossai i pantaloni del pigiama, poi mi sedetti sul letto. Mi voltai e vedendo la forma del corpo di una donna nel letto, ricordai ogni cosa.
Non era stato per niente piacevole. Era stato solo un rapporto delirante e senza calore ripensando a cosa avevo fatto, complice la mia stupidità, mi sentii travolgere dalla nausea. Mi precipitai di nuovo in bagno e rigettai.
Appena mi ripresi, e dopo essermi rinfrescato il volto, mi sentii finalmente lucido. Tornai accanto al letto, e la svegliai bruscamente.
- sparisci immediatamente !- lei si guardò intorno quindi si alzò e si vestì.
- Posso andare un momento in bagno?- chiese con un sorriso ingannatore.
- No. Fuori! –
- Ma e’ buio fondo! – erano solo le quattro e mezza di mattina. Ma cosi, poteva ancora passare inosservata.
- Lo so. Cosi nessuno ti vede, e non mi comprometti ancora di più. Su fuori…- e la spinsi verso la porta. Lei con le scarpe in mano, uscì finalmente dalla mia stanza. Sperai che nessuno l’avesse sentita e vista. Non mi accorsi del suo sorriso trionfante.
Dopo di che, chiusi la porta e mi riappoggiai contro, strofinandomi energicamente il volto. Provavo ira verso me stesso. Per esser stato così stupido! E cercai di togliermi di dosso il senso di colpa per esser stato a letto con un'altra. Non avevo mai tradito Laura. Anche quel fatto mi tormentava. Provai di nuovo disgusto verso me stesso, per aver goduto con quella donna pericolosa. Mi ributtai a letto, sperai infine, che quel terribile incontro non avesse conseguenze disastrose. Ma capii solo in seguito, che ingannavo me stesso.
Quel pomeriggio di due mesi dopo, Ian tolse il foglio dalla macchina da scrivere Smith Premier de 1889. Mio padre me l’aveva regalata per il mio ventesimo compleanno. Era del mio stesso anno di nascita.
La prima macchina da scrivere, però, aveva natali italiani. L’avvocato italiano Giuseppe Ravizza a meta’ dell’ottocento l’aveva inventata per scopi molto nobili ovvero che anche i non vedenti potessero comunicare, e fu così denominata e brevettata come cembalo scrivano. Ecco il motivo principale motivo del posizionamento dei singoli tasti in modo da poter dattilografare a memoria senza doversi sforzare per distinguere i tasti e per facilitare l’uso della mano destra e sinistra in modo ergonomico.
Infilai il foglio nella cartelletta insieme agli altri che completavano la tesi ed euforico e soddisfatto, mi alzai. Afferrai anche la giacca, e mi avviai alla porta.
Appena l’aprii, sobbalzai. Di nuovo lei!! Aveva un aria davvero euforica.
Mi appoggiai allo stipite della porta, con malcelato nervosismo. Dopo averne parlato a Jakob e Micheal, non aveva più pensato a quella notte da incubo. Lei del resto, non si era più fatta viva. Quindi ero certo di non rivederla. Ora avvertivo di nuovo la quiete che precede la tempesta.
- Devo andare a consegnare questa. Lasciatemi stare va bene? – volevo mantenere di nuovo le distanze dandole del voi.
- Devo parlarti assolutamente…- ma lei non volle mantenerle. Inoltre il suo tono non presagiva niente di buono.
- Vi ho gia’ detto che ora non posso!-
- Ian, ti conviene tornare qua dopo- io sospirai, ma mi mancava il respiro. La guardai di nuovo. Perché era così felice? La mia mente si rifiutava di capire. Bene. Se doveva dirmi qualcosa, doveva però aspettare.
- Va bene. Vi posso dedicare solo venti minuti, ma non ora- e le feci cenno di uscire dalla mia stanza, chiudendo la porta a chiave. All’uscita dell’edificio, mi voltai verso di lei, comunicandole con tono gelido.
- Potete prendere qualcosa al bar dell’universita’. Ci vediamo dopo-
- Va bene- e ubbidì stavolta. La vidi allontanarsi. Chi poteva pensare che quella donna, dall’aspetto tanto femminile, e molto rispettabile, fosse una donna così ‘pericolosa’! Mi chiesi doveva aveva acquistato quegli abiti così eleganti? Le prime due volte che l’avevo incontrata, indossava abiti piuttosto volgari.
Dovevo concentrarmi sulla tesi ora. Mi diressi verso la palazzina della sua facolta’.
Consegnai la tesi e mi fu assegnato l’orario per la prova orale che sarebbe avvenuta l’indomani.
Inutile posporre l’inevitabile così tornai alla mia stanza. Lei era davanti alla porta. Entrammo. Mi diressi all’armadio, mi sfilai la giacca e la cravatta appendendo il tutto ordinatamente. Quindi mi sbottonai due bottoni della camicia, mi mancava l’aria. Sentivo il suo sguardo su di me. Era visibilmente attratta da me. Ma l’attrazione non era reciproca.
- posso accomodarmi ?- mi chiese lei vedendo che non ci pensavo io a farlo. Io annuii, e mi sedetti sull’angolo della scrivania. Mi arrotolai le maniche della camicia fino agli avambracci. L’osservai, incrociai le braccia al petto e, dopo un lungo sospiro, la invitai a parlare.
- Allora cosa avete da dirmi di cosi…importante? –
- Non sei felice di vedermi?- di nuovo il tu.
- No, affatto. Sappiate che ho un pessimo ricordo di quella notte. Non perche’ non ricordo bene, ma perché è stato molto sgradevole. Avete fatto ricorso a dei trucchi subdoli per sedurmi !- sibilai.
- Via Ian, hai provato anche tu piacere. Comunque, non ha importanza ora. Devi esser gentile con la madre del figlio che hai concepito– disse lei, con sguardo calcolatore. Io rimasi raggelato. Ecco la catastrofe al mio insano errore. Era una opportunista abile. Deglutii abbassando il capo, cercando di non mostrarle la mia ansia. Quella donna giocava con i sentimenti altrui. Non dovevo mostrarle la mia paura.
- E’ proprio tuo. Sei stato il mio primo uomo…- sentenziò lei.
Io la guardai allibito da tale affermazione..
- Che bugiarda che siete! Anche se mi avete drogato, ricordo benissimo che non sono il vostro primo uomo – e la fulminai con lo sguardo, accentuando le ultime due parole con tutto il mio sprezzo. Aveva una bella faccia tosta a dirmi una cosa del genere. La vidi accavallare le gambe. sotto il vestito elegante.
- Mettiamo subito in chiaro una cosa, Ian Doyle-Gallagher, se non mi sposi, io ti rovino e ti spedisco a Newgate per il resto dei tuoi giorni- dichiarò con perfida determinazione. Io persi la pazienza. Mi alzai, mi avvicinai a lei, e l’afferrai per un braccio, sollevandola di peso.
Passai al tu. La cortesia del ‘voi’ non la meritava.
- Dimmi una cosa piccola vipera, pensi che sarai felice sposando un uomo che non solo non ti ama ma ti disprezza, e non ti rispetta? –
- A me basta che tu mi sposi. Che mi mantieni! Sono stufa di esser povera. Sei un bel ragazzo. Non sarà spiacevole esser sposata con te, dopo tutto, piuttosto che con un vecchio grinzoso-
Così era questa la sua ambizione. L’università era piena di giovani e attraenti rampolli, ricchi quanto me. Molti di loro non erano fidanzati. Perché proprio io!!! La mollai, soffocando delle volgari imprecazioni.
Lei, con calma studiata, sfilò dalla borsetta un foglio e me lo porse.
- Questa e’ il certificato medico che attesta che ce’ stato un violento rapporto sessuale, la visita l’ho fatta in ospedale dopo il nostro incontro. Mi hai violentata, Ian. Eri completamente ubriaco, e anche i tuoi amici ti hanno visto sbronzo. Non sara’ difficile denunciarti con queste prove –e sorrise, follemente felice.
Con il cuore che mi martellava, mi avvicinai alla finestra. Strinsi i pugni nelle tasche dei pantaloni. Nel vetro, vidi il volto di Laura, e chiusi gli occhi per respingere il dolore che provavo al pensiero di dirle che era finita fra di noi, e che non potevo più sposarla. Poi pensai, quella donna voleva i soldi? Tentai così l’ultima disperata carta. Lei, intanto, si era riseduta
- Quanto vuoi per lasciarmi in pace? Se sono i soldi che ti interessano, piccola volgare sanguisuga eccoti accontentata! –e mentre parlavo, avevo preso dal cassetto un libretto degli assegni, quindi compilato rapidamente, gliel’avevo messo sulle sue gambe. Erano i soldi per la casa ma se servivano a togliermela dai piedi, per non distruggere tutto, erano ben spesi. A sorpresa, lei lo stracciò. Scosse il capo con veemenza.
- Non li voglio Ian. Tu mi devi mantenere, e per sempre- sentenziò. Sembrava il giudice di un tribunale che aveva emesso il verdetto.
Io, persi la calma del tutto. Ero furioso anche e soprattutto con me stesso. Afferrai la caraffa di vetro sul tavolino davanti alla poltrona, e la scagliai contro il muro. Poi la guardai. Lei si alzò, e con la massima tranquillità, poggiò una mano sul mio braccio.
tornerò quando sarai laureato. Cosi fissiamo la data delle nozze. Ciao Ian- sussurrò. Io non ressi oltre quel tono beffardo e l’afferrai per un braccio, e la trascinai alla porta, la condussi fuori e chiusi. Sapevo bene che non potevo chiuder fuori i miei problemi. Tornai a sedermi. Dovevo calmarmi. Il mio cuore dava colpi talmente forti, che mi rimbombavano le tempie.

Dirlo a Laura.
Varcai la soglia del salotto. Laura scese dopo poco. Nel tragitto avevo pensato a mille discorsi da fare per dirlo con le parole giuste, ed ero giunto alla conclusione che non c’erano.
- ciao tesoro, come sei mattiniero - e mi schioccò un bacio sulla guancia. Non meritavo i suoi baci. Lei era più deliziosa che mai, SELF§e io mi sentii rodere il fegato al pensiero di rinunciare a lei.
- Ciao Laura…- sussurrai. Lei mi guardò preoccupata.
- Tutto bene i tuoi genitori? I tuoi fratelli? – e si sedette sul divano. Mi invitò a sedermi vicino a lei. No, non potevo.
- Si, tranquilla stan tutti bene…- mi appoggiai coi gomiti al bordo del divano, e stando dietro di lei. Ma non riuscivo a star fermo.
- L’universita’? Sei pallido. Dimmi, come e’ andata la tesi??? – provò a indovinare lei. Io scosse il capo. Le mostrai con orgoglio la spilletta, era blu con un bordo esterno rosso, al centro una piccola leonessa con un libro fra le zampe infilata nel bavero della giacca. SELF§ Ero laureato.
- e’ l’unica cosa giusta che ho fatto in questo periodo...- aggiunsi sorridendo amaramente.
- Allora che cosa ce’!!! Ti prego, Ian, non farmi stare in ansia! – mi disse lei.
- Ho combinato un guaio – le dissi.
- Guaio? –
- Si. Ricordi quella ragazza, quella donna del Regent Park? – dovevo dirglielo. Inutile tentennare. Farla soffrire ulteriormente
- Si…-
- Mi ha come dire…intrappolato. Io sono stato stupido a cascarci –
- Come incastrato? – chiese lei, e vidi i suoi occhi farsi lucidi, sentii la sua voce spezzarsi. Anch’io sentivo gli occhi farsi lucidi. Era insopportabile farle del male.
- E’ incinta. Mi ha drogato e ho ceduto a lei, e sono stato a letto con lei. Laura picchiami, insultami perché ne hai tutti i diritti- e la guardai. Lei mi si avvicinò e mi accarezzò il volto.
- Sei stato solo molto ingenuo- disse dolcemente lei. Vidi che alzava una mano per sfiorarmi il viso.
Io rifiutai le sue carezze. Mi allontanai. Diede un pugno contro il muro, non capivo la sua reazione. - Devi sposarla- disse poi. Non era una domanda.
- Si, Laura, o mi denuncia per violenza e la mia carriera finirebbe li, la mia vita normale finirebbe-
- Ti starò sempre vicino. Finchè vivrò. Se me lo permetterai- e sospirò, io la guardai allibito.
- Laura, la vuoi capire che è finita fra di noi? Come puoi volermi ancora dopo il male che ti sto arrecando? – le dissi, ero sconvolto.
- Sarà persa la nostra possibilità di sposarci, ma non il nostro amore, Ian-
- Laura…- dissi solo.
- Credi che potrò amare ancora qualcuno quanto amo te? – sussurrò lei. Io, mi avvicinai a lei.
- Laura, ti prego, sei giovane, e troverai un bravo ragazzo che ti merita– dissi con voce roca. Mi voltai verso la finestra. Stare lì era una sofferenza per lei e per me. Dovevo andarmene. D’improvviso mi sentii circondare alla vita dalle sue braccia. Poggiò la sua testa contro la mia schiena.
- Io ti amo tanto. Non dimenticarlo mai. Ci sarò se mi cercherai-mi rivelò di nuovo, e con estrema dolcezza.
Mi voltai, allontanandomi da lui. La guardai incredulo.
- Te l’ho detto! Non e’ giusto che mi aspetti perché io dovrò cercare di far funzionare il matrimonio- dovevo esser duro. Insopportabile. Forse così reagiva. Mi schiaffeggiava.
- Non ti preoccupare per me. Me la caverò. Rimarremo amici davanti agli altri intesi? –
- Laura, smettila di esser così gentile con me. Lo vuoi capire che mi sono comportato da mascalzone ? Da irresponsabile! Tu sei cosi straordinaria e non ti merito più.- lei mi guardò poi mi baciò con passione. Uno struggente bacio. L’ultimo. L’allontanai da me. Lei tornò a sedersi sul divano.
- Lo sanno i tuoi che devi rompere il fidanzamento? – mi chiese.
- Oh, si, lo sanno si. Ieri sera ero a cena da loro, e ho dovuto dirlo. Mio padre poi mi ha letteralmente sbattuto fuori casa…-
- Non l’ha presa bene…- ironizzò lei. Forse era per orgoglio che non mi mostrava il suo dolore? Altre volte, nei nostri piccoli litigi, aveva reagito così.
- No, direi di no- dissi asciutto. Cercando di ricacciare indietro quel ricordo spiacevole.
- cosa dirai a tuo padre? – chiesi poi, ricordando quando all’inizio, aveva osteggiato il nostro rapporto. Ora avrebbe avuto tutte le ragioni per infuriarsi con un irlandese.
- Pensavo di dirgli che i nostri sentimenti sono cambiati, e che e’ stata solo una storiella da adolescenti-
- No, non ci crederà mai. Devi dirgli che sono io il colpevole della rottura-lei scosse il capo.
- Sei impazzito? Ti scaglierà addosso mio fratello. Per te, non deve essere stato facile dirmi che era finita…- mormorò.
- Per niente facile ma mi aspettavo un’altra reazione da te. Ora devo andare. Pensa a quel che ho detto. Sei giovane e bella. Intelligente. Trovari uomini degni di te. Io non lo sono- le dissi. Quindi mi avviai alla porta. La guardai un ultima volta. Lei era sulla soglia del salotto, con uno sguardo languido. Uscii rapidamente. Non avevo molte speranze che George Stanford avrebbe bevuto facilmente le parole di sua figlia.

Il pestaggio.
Quella sera, incassai la paga settimanale e uscii in strada. Ero ancora depresso per la rottura del fidanzamento e il silenzio dei miei. Anche Ryan sembrava irritato con me.
Girai rapido in un vicolo prendendo una scorciatoia, per arrivare prima al convitto. Ancora due giorni poi la cerimonia della consegna della laurea quindi avrei dovuto cercare un posto per se per Sylvia e per il bambino. Un lavoro l’avevo gia’ appena ritiravo la laurea. Essendo primo del mio corso, l’università l’aveva segnalato alle varie ambasciate. Avrebbe affiancato un diplomatico all’ambasciata italiana. come assistente.
Poi avrei dato un altro esame di stato per poter diventare diplomatico. Sul piano del lavoro avevo un futuro assicurato. Oltre a rinunciare alla donna che amavo, non poteva rinunciare anche ad una promettente carriera, finendo a Newgate o alla Queen's Bench Prison. Luoghi terrificanti solo vedendoli dall’esterno. Sarei stato facile bersaglio, incapace di reagire se non con le mie chiacchere. No, non volevo andarci per un reato non commesso.
Ero cosi soprapensiero, che girando l’angolo, mi trovai davanti due uomini. Avevano un aria minacciosa, e vidi subito brillare, nella mano di uno dei due, la lama di un serramanico. Uno dei due era il fratello di Laura. Che cosa era successo?
- Ehi, Cedric, che ti prende? Tua sorella e io ci siamo lasciati in modo molto amichevole- cercai di spiegargli.
- bugiardo ! - e Cedric cercò di affondare la lama. Io, essendo più longilineo, lo scansai. Avevo ottimi riflessi. Non potevo credere che Laura avesse cambiato idea . Mi era parsa sincera. Forse ci aveva ripensato, e non riusciva a perdonarmi? Nemmeno lui si perdonava. Compresi però che Cedric era li all’insaputa di Laura.
Arrivarono altri tre uomini. Eh no, loro che motivo avevano?
- cosa succede qua? – chiese uno di loro, il più massiccio.
- questo piccolo bastardo di un irlandese ha disonorato mia sorella, e l’ha lasciata senza motivo-disse Cedric con arroganza. L’uomo mi guardò, con un ghigno con la bocca storta.
- Piccolo non mi pare molto, comunque se volete picchiarlo, ci sto e vi aiuto. Sono sempre disponibile a malmenare un irlandese-
Così intuii che si stava mettendo piuttosto male per me, e cercai una via di fuga. Ma gli altri due uomini mi afferrarono per le braccia e mi scaraventarono contro una serie di bidoni della spazzatura.
Tutti si accanirono su di me, calci nella schiena e nello stomaco, una pugnalata sul braccio piuttosto profonda e un paio di tagli sul petto più lievi. Il mio viso divenne presto una maschera di sangue tanti i pugni ricevuti, anche con il pugno di ferro dato da quello dal ghigno sbieco. Finalmente, due di loro si fermarono.
- basta cosi, o l’ammazziamo. Non posso avere un morto sulla coscienza…-disse Cedric. Ma un altro mi diede due calci alla schiena, e solo dopo avermi colpito al fianco con il coltello, si allontanò da me. Cedric mi afferrò per i capelli e mi sollevò il viso. Sentì che respiravo ancora, seppur affannosamente. Finalmente se ne andarono tutti. Io chiusi gli occhi quel che mi parve un secondo. Ma persi conoscenza per qualche ora. Quando riuscii a riemergere, avvertii il tanfo dell’immondizia.
Provai ad alzarmi. Mi ci vollero almeno quattro tentativi perche’ ci vedevo quasi doppio. Ma tenendomi su, appoggiandomi e strusciando contro il muro, lo costeggiai fino a che giunsi dietro la cappella del campus. Sentivo un rivolo di sangue finirmi in bocca. Il dolore alla tempia mi impediva di vedere nitidamente. Mi fermai per prendere fiato, la milza mi arrecava dolore in modo atroce. Oltre che tutto il resto del mio corpo.
Bussai alla porta della casa di Ryan, con tutta la forza che mi restava, e nonostante la ferita.

martedì 28 luglio 2009

prove abbozzate in prima persona

IAN DOYLE-GALLAGHER E SHANE-PRIMAVERA 1897

Disclaimer: le opere contenute in questo blog sono di proprietà dell'autrice ai sensi della legge n.633 del 22/04/1941. La medesima legge, dell'articolo 171, sanziona penalmente la condotta di chi, senza il consenso dell'autore, riproduce, trascrive, diffonde o pone in commercio l'opera altrui. Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001


NASCITA- INFANZIA 1889 -1901 - Londra-
Tutto cominciò quel giorno di novembre del 1901, quando capii quanto provassi il bisogno di aiutare le persone perseguitate da pregiudizi.
Ero un sognatore? Un utopista? Si, me ne rendevo conto ma tentare quella strada tutta in salita non mi spaventava affatto anzi era uno stimolo in più, a cui non riuscivo resistere. Le emozioni che mi animarono quel giorno, sono come incise nel mio animo. Era una tale ricchezza interiore!
Nacqui in un caldo fine pomeriggio di giugno, ero più giovane del mio gemello Ryan Patrick, nato pochi minut prima di me. Mia madre mi disse poi, come se fosse una fiaba, come era stato quel giorno. Mia nonna paterna, Katherine Doyle-Gallagher Wilson, si era avvicinata al figlio, che mi aveva guardato con stupore ed emozione.
- allora come lo chiamiamo questo angioletto? – e mi aveva toccato il volto.
Mio padre Patrick, ancora con le lacrime agli occhi per la felicità, guardò mia madre Denise.
- Ian Michal naturalmente! – disse così lei. Micheal era il primo marito di Katherine e mio nonno paterno. Ian era anche il nome di molti avi, lungo un periodo di mille anni di storia irlandese.
Quello stesso giorno, ad un isolato da casa nostra, destino volle che nascesse anche un altro bambino a cui fu dato il nome di Jakob Eliah Prantzel. Joshua Prantzel, suo padre, era il miglior amico di mio padre nonchè il suo caporedattore alla rubrica sportiva del quotidiano The Guardian.
Leyla, la madre di Jakob, e mi madre Denise erano a loro volta legate da profonda amicizia e avevano trascorso la gravidanza insieme con molta serenità. Quindi quella sera, nelle due case, il gaudio fu immenso negli animi di tutti.
La prima infanzia fu serena e senza particolari avvenimenti. Io e mio fratello eravamo davvero due facce di una stessa luna. Lui era più avaro d’effusioni emotive, anche verso nostra madre. Era più freddo all’apparenza nell’esprimere le sue emozioni, anche le più banali, naturali in un bambino. Io invece esprimevo ogni sfumatura della gamma delle emozioni. Inondavo mia madre di tenerezza, soprattutto quando iniziai a capire che da Ryan non avrebbe avuto lo stesso trasporto nel dare il suo affetto.Totalmente opposto all’altro, io e Ryan, trovai in Jakob una complicità reciproca molto forte, e che non riuscii mai a creare con il mio gemello.
A otto anni, seduto sul bordo del marciapiede, accanto al chiosco dei giornali, venni a conoscenza che cinque persone, uomini d’età molto avanzata e non in grado di uscire di casa, desideravano non restare fuori del mondo, volevano aver notizie nuove ogni giorno. I domestici, seppur profumatamente pagati, non si abbassavano a tal incombenza.
Così mi venne una folgorante idea. Mi alzai di scatto e mi avvicinai all’edicolante. Chiesi chi erano queste persone. Jakob mi seguì, incuriosito. L’uomo mi disse i nomi.Io così mi recai da ognuno di loro. Avrei portato il giornale ogni giorno, a domicilio. Alcuni di loro furono diffidenti, chiedendosi cosa volessi d’altro. Ribadii al generale Barrows, che mi dovevano dare solo i soldi del giornale. Nient’altro.
Mentre andavamo a casa, Jakob mi osservò incredulo. Non capiva cosa mi fosse saltato in testa. Non era un gioco nuovo da fare ma un lavoro vero e proprio.
Presto si sparse la voce del mio gesto. Non lo facevo per denaro, ma mi piaceva aiutare il prossimo. L’edicolante mi preparava già i giornali pronti con un sorriso d’approvazione. Comunicò la novità anche a mio padre. Lui ne fu lieto, e molto fiero.
Alla sera arrivavo molto stanco a casa, ma profondamente appagato. Certo a questi atti di generosità, compivo monellerie, senza cattiveria, ma pur sempre deprecabili dagli adulti. A dieci anni, commisi una monelleria. Spinto dal mio sangue irlandese, infuocato come la lava di un vulcano. Quel giorno di febbraio del 1899, la neve era caduta imperterrita da giorni, e nel parco vicino a casa nostra vi erano due deliziose collinette. Discendere da queste con lo slittino sarebbe stato un vero spasso!
Così convinsi Ryan a seguirmi. Lui oltre che emotivamente tiepido, era anche un tipo cauto, introverso, spesso lunatico, troppo serio. Trascinarlo lì era stata una vera impresa. Ma mi dispiaceva che lui stesse sempre chiuso in camera a leggere e non conoscesse un po’ di sano divertimento, come giocare con la neve. Poteva provare a divertirsi! Jakob ci attendeva con un sorriso. Avevo scommesso due biglie molto belle che sarei riuscito a portare mio fratello. Non fu dispiaciuto di perdere la scommessa.
Ci avviammo alla collina. A quindici metri da lì, vi era quella alta e molto ripida. A scenderne con lo slittino ci provavano solo i ragazzi intorno ai dodici, tredici anni.
In ogni modo noi tre ci divertimmo molto. Ryan dopo l’iniziale riserbo non smetteva più di ridere. Fummo raggiunti da dei nostri coetanei e anche da ragazzi più piccoli. Eppure la collina più scoscesa mi attirava in modo quasi irresistibile. Jakob come il solito, e sensibile osservatore lesse nel mio sguardo.
– no, Ian, scordatela- trovandomi ad osservarla.
Stavo per rispondergli, quando si avvicinò Sharon, la sorellina di Jakob, che aveva solo sette anni, ed era una bambina piuttosto capricciosa e petulante, oltre che dispettosa come una scimmia dello zoo di Regents Park.
- Portami a casa. Ho freddo! – comunicò a suo fratello, con quel tono di voce perennemente stridula ed elevata. Era gelosa del tempo che lui passava con me, non capiva che certi giochi lei non poteva farli, non perché fosse una femmina, ma perché si lamentava in continuazione, che per lei era troppo ‘difficile e faticoso. Anche quando giocavamo a calcio, lei faceva capricci senza fine.
- Va bene. Ci vediamo fra dieci minuti, Ian…-
- Va bene… - quindi sorrisi vedendo l’espressione da martire di Jak trascinato via da Sharon, quindi con mio fratello ci voltammo risalendo sulla collinetta.
Stavo sistemandomi gli scarponi slacciati, seduto a terra, quando scorsi due paia di gambe vicino a me. Molto vicino. Alzai il capo e vidi così Dave McAlbright e Scott Foley, due tredicenni assai robusti, d’origini scozzesi. Dimostrai tutto il mio coraggio. Volevano schiacciarmi. Io non gli avrei dato loro soddisfazione di aver paura. .
- Sei G-a-l-l-a-g-h-e-r? disse talmente lentamente che sillabò ogni lettera.
- Qualcosa in contrario?- rispose a sorpresa mio fratello Ryan. Loro non loconoscevano, visto che lui non frequentava mai il parco giochi.
- Ehi, ma siete in due allora! – disse Dave con il suo forte accento scozzese. Sentii che era un po’ meno baldanzoso.
Bene, li avevamo sorpresi.
- Qualcosa non va?- chiesi, rialzandomi.
- Insomma…chi dei due è Ian?-
- Io, cosa vuoi?- ripetei con sguardo di sfida dall’alto dei miei dieci anni.
Scott mi guardò a lungo poi si decise a parlare.
- Mi hanno detto, che sei un tipo molto coraggioso. Oltre che un piccolo pidocchio irlandese....-
Io scattai subito in avanti verso di lui. Mi insultava e mi faceva i complimenti allo stesso tempo: così ero un pidocchio irlandese?Era il classico insulto che mi davano gli inglesi a scuola. Non sempre riuscivo a rimanere freddo. Ryan mi trattenne.
- Dai, piantala piccoletto …piuttosto, vieni a fare la collinetta del terrore con noi?- mi invitò Dave, con tono più gentile seppur con parole insultanti.
- Perché ? – anche se fremevo dalla tentazione di dire di sì.
- La smetteremo di darti del vigliacco e pidocchioso no?- mi invogliò Scott.
Io decisi di accettare la sfida. Ryan mi bloccò di nuovo.
- Ian, no!!! –
- Dai, smettila Ryan. Tu stai pure qua, io torno subito- e lo guardai. Nei suoi occhi lessi preoccupazione come al solito era troppo prudente e quel suo modo di fare paterno mi dava sui nervi.
- Ian, no, è pericoloso! –
- Non fare il guastafeste, Ryan, se tuo fratello vuol farlo, cosa ti importa?- chiese Scott irritato.
Iniziai a incamminarmi dietro loro che si erano voltati dirigendosi verso la collina.
- Ian, non devi dimostrare niente! – sentii Ryan gridarmi dietro.
- Non capisci invece che …non è così?Devo farlo una volta per tutte- dissi voltandomi e camminando all’indietro. Per me, era una questione d’onore. Non pensai al pericolo dietro l’angolo ma solo all’emozionante avventura spericolata che potevo provare. Il fatto poi che avrebbero finalmente smesso di tormentarmi che ero un piccolo pauroso irlandese.
Iniziai ad inerpicarmi ma mi fermarono.
– Da quella parte, Ian – mi consigliarono Dave e George Finley, un altro ragazzo. Girai così lo slittino. Guardai giù: era molto ripida. Esaltante. In fondo c’era la neve, potevo finire in quel soffice cumulo. Dov’era il pericolo? Era tutto lì? Pensai ancora una volta stupito.
- Ian Doyle-Gallagher fermati subito, e scendi!-sentii d’improvviso la voce di Jakob dietro di me. Mi chiamava sempre così quando era indignato con me. Jakob, come Ryan erano sempre troppo prudente e a volte si perdevano il meglio del divertimento.
- Sì. ora scendo – dissi con tono tranquillo.
- Non da quella parte ! – mi gridò di nuovo, era davvero infuriato. Non mi passò per la mente che forse c’era un fondamento. No, Ian doveva dimostrare chi era.
- Perché non dovrei, Jak!!! – gli risposi mentre gli altri ragazzi mi incitavano fra insulti e sarcasmi.
- Ti dico che è pericoloso. C’è sotto un laghetto!- era quasi dietro di me.
- Se c’è, sarà spesso almeno dieci centimetri, dai!- e prima che mi bloccasse, mi diedi la spinta giusta e scivolai giù. Fu un elettrizzante corsa senza respiro, e l’impatto con la neve fu forte ma non mi feci graffio cadendo a faccia in giù, ridendo senza fiato. Era davvero facilissima la ‘collina del terrore’! Pensai rialzandomi. Vidi Jakob e Ryan a braccia conserte, poco distanti da me. guardarmi severamente,
- Visto? – dissi sorridendo ma due secondi dopo, il sorriso mi morì sulle labbra. Con orrore, sentii un forte crepitio: sotto i piedi la lastra di ghiaccio iniziò rapidamente ad infrangersi come fosse una vetrina frantumata da un sasso. Cercai così di saltare su un terreno più stabile ma non fui rapido a sufficienza. Caddi in acqua, il gelo mi avvolse, non avevo mai imparato a nuotare e ora lo pagavo. Mi si chiusero rapidamente gli occhi, il ghiaccio mi tramortì. Provai a lottare, ma era uno sforzo disumano. Per tenermi ben sveglio, ragionai freneticamente sul mio comportamento. Per non aver ferito l’orgoglio, avevo accettato quella stupida sfida. Potrei morire ora. Ryan e Jakob ti volevano fermare e tu, stupido borioso di un irlandese, non hai voluto ascoltarli! Mi dissi crudo.Mi sforzavo freneticamente di non chiudere gli occhi, altrimenti non avrei visto un filo scuro scendere nell’acqua. Cercai di avvicinarmi e di afferrarlo disperatamente: era una corda. L’afferrai e sentii subito tirare. Mi estrassero dall’acqua gelida e mi fu avvolta una coperta intorno al corpo. Joshua Prantzel mi sollevò fra le braccia per condurmi sulla sua carrozza.
L’ultima cosa che ricordai fu la voce di mio padre che diceva al suo amico Joshua
- Mio Dio! -
Quando riaprii gli occhi era sera. Vagai con lo sguardo ancora intorpidito. Ero ben coperto al punto da non riuscire a muovere nessuna parte del corpo ma un tepore intenso mi circondava.
Vidi mio fratello Ryan seduto alla scrivania, dove svolgevamo i compiti. Egli accorgendosi subito che mi ero svegliato e senza voltarsi, proferì:
- Ian, stavolta l’hai combinata grossa grossa- con tono paterno.
Io sospirai profondamente poi risposi - Dì pure: “ te l’avevo detto”- quel suo tono mi irritava davvero a volte. Pensai seccato.
- Ryan si alzò, alzando gli occhi al cielo con tono sarcastico. Si avvicinò a me, si sedette sul suo letto.
- Te l’avevo detto. Anzi io e Jakob te l’avevamo detto- ribadì con severità.
- Da quante ore dormo? – non avevo proprio voglia di discutere con lui.
- Da ben quattro giorni- disse nostro padre entrando in camera. Il suo volto non presagiva niente di buono. Afferrò una sedia e si sedette sopra a cavalcioni. Gesto che faceva sempre quando voleva chiacchierare amabilmente con me. Ma stavolta, nonostante questa nota amichevole, non c’era dietro di essa indulgenza. Perché avrebbe dovuto esserci, visto la mia condotta?
- Ian, Ian, Ian…- pronunciò con tono grave, scuotendo il capo. Iniziavano sempre così le sue ramanzine. Stavo per rispondere, quando entrò Sean Gareth, nato nel 1894. Mi seguiva ovunque, mi ascoltava con estrema attenzione e avevamo lo stesso carattere vivace e solare.
- Cosa fai ancora alzato! – l’ammonì nostro padre con un dolce richiamo. Lui sorridendo, trotterellò via.
- Padre? – dissi io, deglutendo a fatica.
- Ian, perché ti sei fidato di quei due e non di Jakob e di tuo fratello? –mi chiese semplicemente.
- Io…- iniziai a dire.
- Ian? - lui mi guardò severo. Il suo sguardo, a volte, bastava a terrorizzarmi, a farmi rimpiangere la mia cattiva condotta. Pensai che stavolta mi avrebbe spedito dritto in un collegio austero, dove la disciplina sarebbe stata applicata con severità militaresca. Mi avrebbe spedito lì di certo, perché me lo meritavo di sicuro stavolta.
- Ian, due mesi di casa-scuola e niente giochi, intesi? – emise così la sua sentenza. Ma rimasi incredulo.
- Solo? – dissi sbalordito di quella rosea punizione.
- Come sarebbe a dire “solo” ? Ian, è con il tuo solito tono ironico che dici “solo”?-.
- No, padre. Mi pare che siate troppo indulgente- replicai con tono dimesso.
Lui mi guardò. Capiva che ero profondamente pentito del mio comportamento.
- Ragazzo, sei quasi morto mi pare che ti sia già punito abbastanza. Spero che tu ricorderai lo spavento che ci hai fatto passare e che non ripeta più simili sciocchezze. Capisco bene, che ti hanno insultato e che il tuo orgoglio d’irlandese abbia preso il sopravvento ma devi in ogni caso, soffocare l’orgoglio e pensare con più buon senso….Sopratutto avresti dovuto ascoltare chi ne sapeva più di te-.
- Loro l’hanno discesa molte volte, perché solo io sono caduto nel lago?
- Sì, ma non su quel lato, idiota!!-mi ammonì Ryan, infuriato per la mia ingenuità.
- Ma smettila! – sbottai.
- Ian, tuo fratello ha ragione, sei stato uno sciocco a fidarti delle persone sbagliate.Che ti serva di lezione- concluse con tono durissimo nostro padre.
- Padre, come sta mia madre?- provai così a chiedere titubante.
- Tua madre è una donna forte. Sta bene. Ora te la mando. Ryan lascia in pace tuo fratello-
- padre….-
- Dimmi Ian?-
- Grazie. Sono sollevato che non mi manderete al riformatorio–
- In un riformatorio? Santo Cielo, Ian questo no! Non sei cattivo. Sei solo sprovveduto. Devi imparare a comportarti in modo meno avventato, intesi?-.
- Si, padre- e lo vidi uscire. Io respinsi le lacrime per la clemenza di mio padre. Per la dolcezza quando aveva detto che non mi avrebbe mandato in un posto simile…
- Piangi? - Mio fratello fu particolarmente asciutto. Stavo per rispondergli quando entrò nostra madre.
Si fermò al lato del mio letto, squadrandomi severa. Poi si sedette vicino a me. Sul letto.
- Ian, non so se abbracciarti perché sei vivo .o sculacciarti per il tuo comportamento incosciente-.
- La seconda è più corretta, madre-
- Ah si??- e mi afferrò fra le braccia, facendomi sedere a pancia in giù sulle sue ginocchia.
- Scherzavo madre!- dissi.
- Io no, ragazzo! – disse lei e mi colpì sul didietro con due scapaccioni ben assestati. Poi mi rimise sotto le coperte.
- Ben ti sta, Ian! – disse il mio gemello. Già, lui con il suo comportamento castigato, non aveva mai preso simili punizioni. Ma non avrei voluto esser come lui.
- Ha ragione, madre…- aggiunsi io.
- Bene sono lieta che assumi le tue colpe, Ian.Fra dieci minuti arriva Jakob-
- Va bene-
- Già, così le senti anche da lui !- incalzò di nuovo mio fratello.
- Oh smettila!! – dissi e gli tirai dietro un quaderno che stava sul mio comodino.
Pensai alle parole giuste da dire ad un amico che mi aveva salvato la vita, certo aiutato da suo padre, ma comunque aveva agito rapidamente.
Arrivò Jakob che andò a sedersi sul letto di Ryan. Non parlò per cinque minuti squadrandomi con gli occhi socchiusi. Lo faceva sempre quando avevo compiuto una delle mie monellerie.
- Dai, Jak, spara anche tu: te l’avevo detto- e sospirai mestamente. Mi meritavo ogni ramanzina.
- Mi leggi nel pensiero?- chiese incredulo.
- Ti conosco bene e mi merito il tuo cipiglio. Non so come ringraziarti per avermi salvato la vita-.
- Perché scendesti, Ian? –sbottò, incrociando le braccia.
- Sfida e orgoglio-
- Stolto !–
- Che significa?- gli chiesi.
- Vuol dire “stupido” , “sciocco”-
- Nessuna obiezione- mi sporsi giù e aprii lo sportello inferiore del comò. C’era la mia scatola di latta, colmo di oggetti di ogni tipo, raccolti nelle mie avventure. Rovistai finchè non trovai un coltellino. Mi procurai subito un piccolo forellino sul dito con la punta della lama.
- Che fai?-
- Fallo anche tu. Voglio che siamo amici per la pelle-
- Tu: un gentile, un cattolico, con il sangue puro e celtico da millenni,.vuoi mischiare il tuo sangue con un ebreo? –
- Sì, coraggio! – gli passai il coltellino. Lui si punse con la punta della lama. Quindi unendo alla nostra maniera, logicamente, il nostro sangue. Jakob, che fra i suoi avi annoverava persone che erano fuggite dall’Egitto durante l’Esodo, guidati da Mosè e io che discendevo dai Vickingi, che si erano uniti ai celtici diventando parte di essi, unendo il loro sangue.
- Ian sono commosso. Con quel gesto mi hai detto grazie -
- Io?-sussurrai, con un nodo in gola. No, non era abbastanza per ringraziarlo.
- Sì- e mi guardò con gli occhi brillanti.
Così, eccoci giunti al 1901, quando avvenne il fatto, che mi aiutò a capire cosa volevo fare nella mia vita, da grande.
Quel febbraio, stupito di non vedere Jakob al nostro punto d’incontro, davanti alla statua di William Norton, uno scrittore del seicento. Dopo aver atteso per l’ennesimo quarto d’ora, mi ero recato a casa sua. Mi aveva aperto sua madre.
- Ian, pensavo che oggi tu fossi con Luise May -
- Dovevamo fare i compiti insieme noi tre, io, Luise e Jakob. L’ho aspettato per un’ora al nostro punto d’incontro ma non l’ho ancora visto….-
Guardai il viso di Leyla Prantzelimpallidita.
- Signora, vado a cercarlo io-
- Va bene, grazie -
- Per Jakob andrei in Alaska! -le dissi con profonda emozione.
Così, mi recai alla nostra scuola. Forse era rimasto in classe per qualche punizione dovuta a un’interrogazione. Ma mentre riprendevo fiato, sul viale che portava a scuola, buttai un occhio in un vicolo. Un particolare famigliare mi aveva bloccò il respiro. Mi avvicinai e raccolsi il baschetto di lana verde: era di Jakob. Percorsi il vicolo con circospezione, per cercarlo. Inciampai in una cintura. C’era un grosso contenitore di metallo dove si mettevano i rifiuti. Lo aprii ,e inorridito, trovai il mio amico nudo e legato. La bocca tappata con un fazzoletto legato dietro la testa. Lo estrassi, tolsi la giacca e gliel’avvolsi addosso. Era fisicamente più piccolo di me, quindi riuscii a coprirlo bene. Lo sollevai fra le braccia. Rispetto a lui, il mio fisico era molto maturato e lo portai rapidamente a casa sua dove furono prestate subito le dovute cure. Io attesi in salotto. Arrivò mio padre, avvisato da Joshua.
- Stai bene?- mi chiese.
- Lo stavo cercando, era in un orrendo vicolo. Ma come hanno potuto! – e soffocai le lacrime. Erano stati dei ragazzi come noi, della nostra scuola a compiere quel gesto. Ne ero certo. La cosa mi addolorava.
- Sei stato in gamba, Ian. Sono davvero fiero di te stavolta..-
- Vorrei parlare con quei ragazzi…vorrei dire loro tante cose! –
- Pensi che siano ragazzi come te?-
- Si…a scuola non gli danno pace… -
- Mi dispiace, Ian. Ma è bello che ci sei tu a proteggerlo, a preoccuparti per lui-
- Fra amici per la pelle questo e altro- io per lui mi sarei fatto ammazzare. C’era un patto di sangue fra me e Jak. Lui era come un fratello per me.
Appena ci dissero che Jak era fuori pericolo, rassicurati, tornammo a casa. Il nodo che avevo in gola mi rimaneva. Dovevo far capire a quei giovani, che quella era la strada del male.
Così il mattino dopo, dissi al professor Murphy cosa era accaduto a Jakob. Notai, nel sedermi, che tre avevano abbassato il capo. Come un chiaro segno di colpevolezza. Perché non mi guardavano negli occhi? Il professore, parlò in generale, sul problema del pregiudizio da secoli nella storia. Io lessi un brano sull’argomento. Dopo un giorno, il preside raccolse la confessione dei tre giovani. Ne fui profondamente dispiaciuto. s
Fu data loro una breve sospensione e una punizione che li avrebbe costretti ad aiutare i ragazzi disabili che non potevano recarsi a scuola.

domenica 12 luglio 2009

RIASSUNTO




Disclaimer: le opere contenute in questo blog sono di proprietà dell'autrice ai sensi della legge n.633 del 22/04/1941. La medesima legge, dell'articolo 171, sanziona penalmente la condotta di chi, senza il consenso dell'autore, riproduce, trascrive, diffonde o pone in commercio l'opera altrui. Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001
1 infanzia –adolescenza : Ian e Jakob amici per la pelle
incontro con Laura.
Incontro con Micheal e laurea in scienze politiche.

2 matrimonio : deve sposare Sylvia dopo un inganno congegnato da lei.
nascita e morte del figlio,
inizio carriera sfolgorante.

3 nascita secondo figlio : rivedere Laura in Svizzera. Sylvia cambia comportamento e il loro matrimonio decolla.
Diane Williams e trasferimento in Austria con gli Addrich invidie e passioni.
In Francia l’amore sboccia fra Ian e Sylvia.

4 II Guerra mondiale : Christine incontra l’uomo giusto.
Ian aiuta attivamente i servizi segreti.
Laura non si rassegna a perderlo. Lo rivuole indietro.

5 Missione con sorpresa: Ian accetta di partire per una missione umanitaria
drammatico epilogo in un porto. Addrich doppiogiochista
vendetta e dovere di Addrich.

6 Dachau : soggiorno a Dachau con altro nome. In patria lui e’ morto.
Vita nel campo, e’ un vero ribelle per i tedeschi.
Fuga.

7 ritorno : ritorno a scossoni in Inghilterra. Viene internato in un ospedale.
Incontro con Micheal. Esce.
Ritorno a casa. Laura e’ morta.

8 seconda vita. Cambia lavoro. Entra nell’Onu.
Ritrova Sylvia, che credendolo morto, era fuggita in un convento.
Viaggio in Israele per un premio....

sabato 11 luglio 2009

APPRENDISTA SCRITTRICE




SALVE A TUTTE



avevo creato un blog simile altrove..ma non mi piace...ricomincio da capo. Il mio sogno è scrivere un libro. Ce l'ho tutto in testa...e scritto su carta ma sto valutando alcune cose...

E' una storia assai complicata ...dovrei farne una saga o semplificarla...deciderò a giorni!

Se la semplifico ...alcune parti verranno tagliate e mi sanguina il cuore..

Se ne faccio una saga...devo comunque vedere come 'dividerla'

Poi altra idea folle..scriverla come in prima persona. O come diario ...o solo dalla voce dei quattro protagonisti.

Chissà se ci sono altri metodi di porre un romanzo così ricco, il protagonista si trova 'invischiato' in varie vicende in un periodo storico che va dal 1902 al 1948 principalmente.


Per oggi è tutto. Pubblicherò a giorni il riassunto. E poi le mie prove successive...