sabato 3 marzo 2012

TI PORTERO' VIA CON ME




Dicembre 1789 
Nella regione della Picardie, nel nord est della Francia. 


Gilbért Monagè, rivoluzionario, appartenente alla legione Concierge, avvistò, dopo che il fulmine li ebbe illuminati, i vetri di una finestra, ciò significava che c’era una casa a poca distanza. Camminare nel bosco, attraversarlo in quelle condizioni precarie con l’incombente rischio che un fulmine colpisse un albero, era rischioso oltre che sciocco. Inoltre, la donna che era con lui, pareva davvero sfinita. Si strinse meglio la sciarpa intorno al collo. Aveva le mani rosse per il vento gelido. Anche lei, che indossava solo un soprabito in lana, sopra il vestito, tremava dal freddo. 
Il bosco poteva essere inquietante di notte, ma quella notte, i tronchi degli alberi e i rami spogli davano l’impressione di animarsi, di stringerti e stritolarti. La pioggia battente rendeva scivoloso il terreno, più volte erano scivolati sulle foglie che coprivano il terreno fangoso. Erano in condizioni terribili. 
La donna, Nadine Aumont-Clare, era sfuggita da un passaggio segreto del convento di Cergy-Pontoise, a nord est di Parigi. La donna era vestita con abiti che indossavano solo i mendicanti appostati sotto i ponti, lungo la Senna. Aveva dovuto camuffarsi per non far capire che era stata una nobile.
Gilbért aveva una montagna di domande da farle. Di sicuro era una nobildonna ma perché ricorrere a quell'abbigliamento inopportuno? Comunque non doveva provare compassione per la giovane. Ma non era affatto facile non rimanere affascinato da lei. 
La donna era molto bella. I bei capelli di un biondo ramato, le cadevano sulle spalle a morbide onde, gli occhi erano di un blu violaceo, la pelle pareva di porcellana e la bocca era piena, che invitava a baciarla. Il sorriso della giovane, pensò Gilbért, era di certo splendido. Doveva prima sapere esattamente chi era, per decidere il da farsi. Consegnarla ai rivoluzionari se era un nobile? Di sicuro la ragazza sarebbe finita sulla ghigliottina. 
Gli si strinse il cuore. Lui era sì per la rivoluzione, ma non per quell’ondata di violenza incontrollata Il terrore si leggeva negli occhi della ragazza. 
- Ci fermiamo qua?- domandò lei. Aveva una voce afona, 
- Certo, volete proseguire? - Gilbért dovette ammonirla. 
Scrutò la casa, era in chiaro stato d'abbandono, e in alcuni punti pareva andare a pezzi ma era comunque un rifugio, e visto che la tempesta non si placava, potevano considerarsi fortunati ad aver trovato quella casa.
Nadine strinse le labbra, stizzita dal tono dell’uomo. Chiaramente un rivoluzionario, anche se vestito in modo molto elegante, quanto un nobile. Ciò la lasciava davvero perplessa. 
Osservò l’uomo, era attraente in modo innegabile: i suoi capelli erano neri e dalla capigliatura folta con onde morbide, gli occhi erano verdi come le foglie del bosco. Aveva una cicatrice sullo zigomo destro, probabile ricordo di un rivale che l'aveva sfidato in duello per le grazie di una "meravigliosa", una bella di notte, l’uomo, oltre che rivoluzionario, doveva esser un libertino impenitente. Infatti, un sorriso sornione solcava le labbra ben delineate mentre la guardava dalla testa ai piedi, pensando di farla cadere fra le sue braccia. Si sbagliava di grosso, aveva conosciuto molti uomini arroganti, che volevano dominarla, che non accettavano che fosse una donna intelligente quanto loro. No, l’intelligenza in una donna era inammissibile. L’uomo vicino a sé, era forse diverso dagli altri? Certo, credeva che lei fosse forte quanto un uomo visto che da tre ore la stava trascinando dietro sé, senza fiato, come fosse anche lui inseguito, braccato. 
Nadine, si era rifugiata nel convento, dopo esser fuggita dalla sua casa a Parigi. I rivoluzionari stavano rastrellando tutte le ricche abitazioni. Ricordò le loro grida lungo la strada. Il terrore di esser trascinata fuori dalla sua casa, il cuore le batteva talmente forte che non riusciva a respirare. Le mani le tremavano con violenza mentre metteva insieme alcuni indumenti in una sacca e cercava di aprire il passaggio segreto che la conduceva lontana da casa sua di almeno due miglia. 
Suo marito, Philip Dubért era morto da cinque mesi, catturato, trascinato su un carro e portato su una pubblica piazza, dove l’esecuzione era stata immediata. Non aveva visto l’esecuzione, perché si stava nascondendo. 
Il loro matrimonio era stato solo d’interessi. Avevano provato dell’affetto reciproco. Erano stati sposati diciotto mesi, e in pratica quasi non si conoscevano Lui era tesoriere presso la casa Reale e quindi doppiamente ‘colpevole’ della situazione dei Parigini affamati 
Fino a quel momento, non aveva ancora esaminato i propri sentimenti, per la morte del marito. Ma si rendeva conto, a malincuore, di non provare un dolore straziante. Era dispiaciuta naturalmente ma non addolorata.Ma dovette accantonare i suoi pensieri e andare avanti. 
Anche Nadine trovava la casa terrificante. Il temporale era davvero violento, ed era pericoloso starsene in mezzo agli alberi. Nella casa c’era un odore di muffa molto intenso. Mentre osservava l'interno, si sentì sfiorare i piedi da qualcosa di peloso e urlò  nel vedere un topo sgusciare via. Si attaccò al braccio di Gilbért, che scoppiò a ridere e pensò che era tipico delle donne aver paura dei topi. Lo disgustavano ma paura di certo non ne provava.
Accese una candela e poi, con quella, accese tutte le altre infilate nei candelabri illuminando così il locale. Ora la casa era meno sinistra. Anche se Gilbért continuava avvertire spifferi ovunque, una tensione latente da far rizzare i capelli. 
- Come vi permettete di ridere! – sbottò Nadine. Quel gigante rozzo e indisponente non aveva paura di niente? Eppure le era parso di vederlo rabbrividire nell’aprire la porta. Si burlava di lei, facendola sentire una donna debole. Era frustrante. 
La guardò divertito. Quella donna detestava mostrarsi debole con un uomo. Gli piaceva quel caratterino. 
Quindi afferrò un ferro del camino e ricacciò il topo nella sua tana dietro un mobiletto di un pregiato legno nero.
- Ce ne saranno altri – mormorò Nadine, e si guardò intorno. 
- Probabile ma, tranquilla, non vi faranno del male - 
Una porta al piano superiore, in cima ad una scala, stridette. 
- C’è qualcuno! - e Nadine gridò. Il terrore la stava rendendo isterica. Si avvicinò di nuovo a lui. Che le prendeva? Lui era il nemico, e gli stava dando troppa confidenza…
Gilbért non la respinse di certo e le circondò la vita con un braccio per rassicurarla. Era piacevole che lei cercasse protezione da lui. 
- Devo salire a vedere, madame -
- Nadine Aumont-Clare - gli rivelò la propria identità. 
- Gilbért André Monagè. Vengo subito - 
Gilbért salì al piano superiore. Nadine si guardò intorno e non solo la casa era coperta da uno spesso strato di polvere, ma delle vere tende composte da ragnatele fluttuavano dagli stipiti. Per fortuna, non vide ragni. Ci mancavano solo quelli. Rabbrividì al solo pensiero. 
Poi sussultò di nuovo quando sentì un tonfo. Cacciò un urlo e chiamò Gilbért. Lui riapparve su ballatoio, sporgendosi dalla balaustra e si domandò: cosa era accaduto per farla gridare a quel modo?
Perché ha gridato?
ho udito quel tonfo e mi sono spaventata- spiegò Nadine con tono ansioso. Ma anche stizzito. Lei si preoccupava per lui e lui sembrava irritato di ciò. 
Tutto a posto, è caduto un armadio, e pare non ci sia nessuno. Almeno credo...
Credete? –
Pare abbandonata -
Eppure ho la sensazione che noi siamo osservati - Nadine ripeté ostinata, stringendo il suo soprabito di lana orlato di pelo. 
Nadine non si sbagliava. Un uomo, senza fissa dimora, era nascosto nel passaggio segreto della casa, attraverso i buchi negli occhi dei ritratti appesi ovunque, lui osservava tutto. Ma non voleva far loro del male, sperava solo che se ne andassero al più presto.
Michel Cauet era un pittore di corte caduto in disgrazia per aver osato dipingere una nobile senza veli, dopo averla spiata da un paravento. Ma nonostante questo, dopotutto, non gli dispiaceva poi molto vivere così. Era libero. Cacciava, pescava e aveva un tetto sopra la testa in quella casa, scenario di un crimine orrendo. Ora però doveva dividerla con quei due individui. La donna era bellissima. Da tempo non vedeva una creatura di tale fascino. Sentì un spasmo doloroso, ricordando Madame Claudine De Filangè. L’amava follemente. Aveva commesso quella follia ma non ne era pentito. Ora, quel quadro, si trovava nel suo corridoio segreto. Leggermente strappato, ma ancora in discrete condizioni. Non aveva mai potuto avere l'amore di Claudine ma non poteva fare a meno di sognarla ancora. Non gli rimaneva altro. Si chiese se Claudine fosse ancora viva. No, non voleva pensarla in tal modo. La giovane sconosciuta le assomigliava. Michél sentì gli occhi inumidirsi. Stava lasciando che la malinconia lo investisse con violenza.
Nel sentire arrivare Gilbért, Michél aveva chiuso la porticina del passaggio ma aveva urtato l’armadio. 
Gilbért ispezionò il piano superiore. Le stanze, un tempo molto eleganti, sete, broccati, tutto in stile Luigi XIII, ora erano davvero in condizioni terribili, perché tale era lo sporco e il disordine. Lui e Nadine avrebbero dormito sui divani coperti ora da teli bianchi. Forse erano in condizioni migliori. Del resto una casa abbandonata da chissà quanti anni, come una persona che si lascia andare, non si cura, la stessa identica cosa accadeva ad una casa. Senza le cure, le attenzioni di chi abitava, tutto si imbruttiva .
Ridiscese le scale in legno intarsiato, lei era seduta sugli ultimi tre gradini. Era immobile, con gli occhi sbarrati, inorriditi. Gilbért seguì il suo sguardo. Sul pavimento, sul tappeto di chiara provenienza araba, c’era un gatto con il ventre squartato. Nadine teneva in mano delle forbici sporche di sangue. Non aveva mai provocato la morte di nessun essere vivente. Ora aveva ucciso un gatto. Ciò era devastante per i suoi nervi già fragili. Cosa le accadeva? Si era sempre considerata una donna forte. 
- Cosa è successo? - domandò lui e le prese la forbice dalle mani. Ebbe la sensazione che lei stesse per avere una crisi di nervi. Era così spaventata. 
- Mi ha ...aggredito. Non si staccava di dosso. Avevo in mano queste per tagliare lo spago che tiene le lenzuola sui mobili, e l’ho ucciso. Ero in preda al terrore e mi è dispiaciuto doverlo uccidere – e cominciò a respirare affannosamente. Le mise due mani sulle spalle, massaggiandola. Gilbért sentì un profondo moto di tenerezza verso quella ragazza. Come mai ne aveva provato. La giovane era tesa per quel che le sarebbe accaduto ben presto, era del tutto comprensibile. Lui doveva esser duro, implacabile. Ma non sempre riusciva. Era una persona sensibile ma con la nobiltà diventava spietato. 
Non si vergognava delle sue umili origini. La sua vita era stata intensa, mai noiosa. Aveva avuto una serie incredibile di esperienze di ogni genere, viaggiato moltissimo. No, non avrebbe mai voluto esser un nobile. Era felice della sua vita. Del suo carattere, aperto e terribilmente sincero da risultare troppo schietto. Ma a quelli che non piaceva la verità, erano quelli che avevano dei peccati da nascondere. Della sua generosità di cui purtroppo molti, a volte, se ne approfittavano. Aveva doti di condottiero e da vero leader, da trascinatore. Ma ora si trovava in difficoltà. Non era tipo troppo orgoglioso da non chiedere aiuto. Ma, in questa situazione, l’orgoglio non c’entrava niente. 
Doveva esser gentile con la giovane ma distaccato. 
Se si lasciava intenerire, sarebbe venuto meno al suo dovere verso i suoi uomini che aspettavano a Beauvais. 
- Calmatevi. È stato un incidente sfortunato. Venite, che finiamo di togliere tutto - la rassicurò, con fermezza e solo una piccola dose di gentilezza. Quindi le prese poi le mani per farla alzare. Si trovarono vicinissimi. Lei fece un passo ma la suola della scarpa scivolò Lui l’afferrò fra le braccia. Aveva un’irresistibile voglia di baciarla quella bocca atteggiata ad un delizioso broncio infantile. Doveva controllarsi, ma il corpo di Nadine era davvero delizioso, voluttuoso e caldo. Era una vera tentazione a cui far fronte. Sentì il proprio corpo infiammarsi. Doveva buttar sopra quell’incendio una secchiata di acqua gelida come l’indifferenza. 
- Tutto bene? – sussurrò dolcemente. 
- Sì - e anche lei fu trapassata da alcune scariche di desiderio. Non doveva nemmeno pensarlo di perder la testa per lui. 
- Mi occupo del gatto... e voi lavatevi bene le mani- con quel tappeto, Gilbért avvolse il corpo dell’animale, e aprì la porta, fu deposto in una cesta fuori sulla veranda quindi, dopo aver recuperato una pala, che aveva visto entrando, e rischiando non poco, visto i fulmini che illuminavano il cielo, andò a deporlo sotto un cespuglio, lo seppellì come poté e tornò rapidamente in casa. Ora era completamente zuppo. Lei aveva tolto tutti i teli che coprivano i mobili in legno pregiato. Come il piano superiore, erano nello stesso stile di fine '600. Lui afferrò la sua sacca con dei vestiti asciutti.
- Restate qua un momento che vado nell’altra stanza a cambiarmi. 
In quel momento la finestra si spalancò con violenza e un vaso cinese cadde a terra frantumandosi. Nadine trasalì e lo guardò. Bisbigliò quasi ansimando. 
- Questo posto sta mettendo a dura prova i miei nervi –
- Anche i miei, sapete? Ma dobbiamo restare calmi. Ci stiamo solo facendo impressionare dall'atmosfera che si respira in questa casa - ignorando il rumore che avvertì alle proprie spalle. C’era qualcuno davvero? No, da quando si faceva suggestionare in quel modo? Lei era spaventata, non lui.
- Monsieur, potete cambiarvi qua? Io non vi guarderò - lo pregò lei, era spaventata a morte all’idea di rimanere sola di nuovo 
- Come volete, madame - e sorrise seducente. Anche lui non garbava lasciarla sola.
Nadine lo guardò ancora una volta, lui era così possente. Coraggioso. Ma come poteva fidarsi di lui? Probabilmente l’avrebbe consegnata ad altri rivoluzionari pronti a portarla alla ghigliottina. 
Altre donne, si erano date ai rivoluzionari, per aver salva la vita. Ma non tutti gli uomini erano affidabili e dopo esser state usate, la loro fine era giunta comunque in modo tragico. 
Non si fidava di Gilbért, come non poteva fidarsi di se stessa. Gilbért era così attraente e stare fra le sue braccia, poco prima, era stato come un piccolo uragano nel suo cuore, nei suoi sensi. Non aveva mai provato un’attrazione così forte, così intensa per un uomo. Lei si era unita al marito solo tre volte. Solo per dovere e per procreare un erede. Ma erano state tre esperienze totalmente fallimentari. 
Nadine gli aveva allora domandato perché non riusciva a fare l'amore con lei, forse non era abbastanza attraente, disinibita? Lui aveva scosso il capo con energia, Phil l'aveva assicurata che lei era stupenda, passionale ed era lui ad avere un problema, che era impotente. Avevano deciso di apparire come una coppia affiatata anche in camera da letto. Nessuno aveva sospettato nulla. Nemmeno i genitori di lei. Prima che la famiglia di lei capisse che non sarebbe arrivato l'erede, era scoppiata la rivoluzione e Nadine era rimasta vedova. 
Fino a quel momento in cui Gilbert l'aveva tenuta fra le braccia, Nadine non era mai stata del tutto convinta delle parole del marito defunto,
Gilbért invece la trovava molto desiderabile. Gliel’aveva letto negli occhi. Lui si era trattenuto a fatica dal baciarla in modo vorace. 
Gilbért l'osservò furtivamente. Era buffo il modo in cui lei si era seduta per evitare di guardarlo. Era molto attratta da lui. Ma ovviamente non poteva fidarsi. Loro erano di due mondi opposti, ed erano in guerra. Una guerra è orribile già di per sé, ma una guerra civile era atroce perchè si trattava di persone della stessa nazione, ed era purtroppo necessaria.pr metter fine alle ingiustizie perpetrate da anni.
Si sistemò la camicia di ruvida tela color grigio ferro e chiuse il giacchino di lana di pecora. Era molto caldo. Osservò lei, non aveva freddo con quegli abiti decisamente fuori stagione?Probabilmente per quello altri vagabondi li avevano dati via.
Mentre riposava, osservando la stanza, ripensò alla situazione che si stava svolgendo là fuori. 
Capiva le ragioni della rivoluzione e il motto EGALITE’ LIBERTE’ FRATERNITE’ era il suo preferito. Ma non era tutto bianco e nero. I nobili crudeli ed egoisti e i poveri popolani che non eran poi come apparivano, tutte vittime e tutti buoni.
La sua amante, la contessa Flautard, era una persona davvero speciale ed una donna dal cuore generoso, aveva persino sfilato in corteo con altri popolani, il giorno della presa della Bastiglia, con indosso abiti semplici. Ma era stata riconosciuta da un giovane garzone che consegnava il pane a villa Flautard e così l’aveva trucidata, trapassandola più volte con una baionetta, rubata dal garzone ad un soldato morto. 
Chiuse gli occhi pensando a come l’aveva trovata. Si affezionava alle sue amanti e per la sua morte aveva provato per giorni una profonda tristezza.
Poi nei giorni seguenti, vi erano stati atti di razzie ed atti di violenza che lui stesso biasimava. 
Ora, per un destino bizzarro, era bloccato lì, con una nobildonna di innegabile bellezza. Aveva sempre pensato che il destino fosse come un burattinaio, che muoveva le vite di tutti, ogni tanto per puro gusto, ingarbugliava i fili e capitavano situazioni come quelle. 
Ora stava lottando contro la coscienza, su cosa doveva fare. Lottando contro il proprio desiderio.
Nadine avvertì un rumore disgustoso. Una specie di rigurgito. Guardò Gilbért. No, non era stato lui. Strinse forte i braccioli di legno della poltroncina rivestita di seta color celeste a disegni damascati.. 
- Avete fame?- aveva domandato lui e lei trasalì. 
- No, ho lo stomaco chiuso - 
Gilbért sospirò ed estrasse dal suo tascapane un involucro con del pane e della carne secca, del formaggio stagionato, e un fiasco di vino. 
- Sicura? - ripeté dolcemente. troppo dolcemente. 
- Sì...no... - mormorò lei e lo guardò. Si era seduto su una poltrona come quella di Nadine e teneva i piedi, calzati da stivali in cuoio usurato ad arte, sopra il bracciolo del divano. Aveva l’aria di un leone che si gustava il pasto. Osservò ogni movimento di lui. Trasudava mascolinità. Sentì il proprio corpo diventare indolente. Non solo per l’aspetto maschio di lui. 

martedì 28 febbraio 2012


Give-away: Il questionario del Romance.

Carissime amiche,
abbiamo bisogno piu' che mai del vostro aiuto. Il Blog e' stato contattato da alcuni autori che hanno quasi completato un libro, pensate un po', sul fenomeno romance. Per scaramanzia non vi diciamo altro, ma appena avremo notizie della pubblicazione, vi faremo sapere. E qui entriamo in gioco noi lettrici. Ci e' stato chiesto infatti di rispondere alle domande riportate di seguito, questo aiuterebbe molto gli autori ad avere un idea piu' chiara di come stanno le cose oggi in Italia. Quale migliore occasione per far sentire la nostra voce?
Potete lasciare le vostre risposte anche se leggete romance di tanto in tanto, o magari li avete letti in passato.
Potete anche lasciare la vostra risposta anonima.

Associamo a questo questionario un bel give-away, proprio per ringraziarvi della collaborazione. Il fortunato estratto ricevera' a casa un bel pacchetto di libri romance e un portachiavi creato dalla nostra artista Silver Rose

Non e' delizioso?

Come partecipare al give-away?
- Lasciate nei commenti le vostre risposte.
- Non dimenticate di aggiungere il vostro nome o nick
- E' importante che condividiate la notizia di questo questionario nei vostri profili o siti.

Il give-away scadra' Martedi 28 febbraio, ma sentitevi libere di lasciare i vostri commenti, anche oltre quella data.

Ed ora ecco a voi il questionario.


a- Quanti anni hai?

b- Che lavoro fai?

c- Vivi in città o in paese?

d- Sei sposata/separata o single?

e- Hai figli?

f- Da quanto leggi romance?

g- Leggi anche altri libri? Se sì quali?

h- Dove li acquisti?

i- Quanti ne leggi al mese?

l- Quale genere preferisci e perché?

m- Secondo quale criterio li scegli?

n-Perché leggi romance?

o- Quale di questi verbi risponde meglio al motivo per cui leggi romance?

Sognare

Evadere

Rilassarsi

Divertirsi

p- Come ti senti quando hai finito di leggere un romance?

q- Che tipo di eroina preferisci? (descrivila con tre aggettivi)

r- Che tipo di eroe ti fa battere il cuore? (descrivilo con tre aggettivi)

s- Ti identifichi con l’eroina?

t- Qual è la tua storia d’amore ideale?

u- Quanto è importante che i personaggi e le situazioni siano credibili e verosimili?

v- Quali sono i tre ingredienti fondamentali in un romance?

w -Ritieni che il lieto fine sia indispensabile? Perché?

x- I tre romances che ti sono piaciuti di più

y- Hai mai provato a scrivere un romance?



Non lasciamoci sfuggire questa possibilita' di contribuire nel dare i numeri sul Romance.
Ecco il link dove andare a mettere le risposte al questionario nei commenti. 
http://www.junerossblog.com/2012/02/give-away-il-questionario-del-romance.html

martedì 14 febbraio 2012

SAN VALENTIN NOVEL


Londra 1924
Uscii nel freddo gelo di febbraio e andai a vedere se era passato il postino. Attendevo un invito ad una festa in costume organizzata dalle signore della chiesa di St. Charles. Presi il contenuto della cassetta e rientrai di corsa in casa, indossavo solo un abito in lana e un leggero paltò.
Presi le tre lettere e andai ad accomodarmi su una poltrona vicino al fuoco. Mia zia Janice mi guardò incuriosita.
- chi ti scrive tesoro?-
- una è del gruppo di signore...sai organizzano una festa in costume, una è di Mary Jo Wilkins e una è...oh mio Dio!-
La scrittura era di mio marito. Qualcuno si chiederà cosa c’è di strano? La cosa strana o meglio folle era che mio marito era stato dichiarato morto nel 1916. Anche il suo corpo non mi era mai stato restituito.
Perché’ mi veniva recapitata ora dal postino che mi conosceva da vent’anni sapendo perfettamente che ero vedova? Il nome del mittente era scritto in stampatello.
Cercai così di leggere la data del timbro della posta. Mi sentii mancare. Era un orrendo scherzo. La data era riportata era del sette febbraio millenovecentoventiquattro.
- Tesoro cosa succede?- domandò mia zia. Era molto materna con me. Mi aveva allevato lei, dopo che mia madre era morta di parto, diciotto anni prima, nel mettere al mondo mio fratello Lucas.
- È…una lettera di mio marito…o meglio, è un biglietto romantico. Dice che sta tornando da me e il quattordici febbraio sarà a Londra.-
- Ma…forse è rimasta in qualche deposito della posta…-
- Il postino mi conosce…perché consegnarmela sapendo che Micheal è morto in guerra? No, la cosa folle sai qual è? Il timbro. La lettera è stata spedita il sette di questo mese…di quest’anno, zia!-
- Oh mio Dio…chi può fare uno scherzo simile?-
- Spero non sia uno scherzo, perché se lo fosse, sarebbe una crudeltà vera e propria nonché inutile-.
In quel momento sentii i rumori di passi sulle scale. Era mio figlio Andrew di dodici anni. Nascosi la busta in tasca.
Ero già turbata io, non volevo che Andrew sapesse, non ancora.
Due sere dopo, quel mercoledì del tredici febbraio, stavo preparandomi per il ballo quando suonarono il campanello. Mia zia stava preparando la cena. Sarebbero venute a prendermi due amiche di infanzia. Ero quasi si pronta, davanti allo specchio dell’ingresso a sistemarmi lo spillone sulla parrucca in stile dama francese del 1700, cosi’ aprii, senza guardare però chi era. La porta si chiuse.
- Arrivo subito Millie…- ma la voce mi morì sull’ultima vocale quando vidi attraverso lo specchio un uomo. Mio marito. Cercai di non gridare. Ma il cuore mi era salito in gola.
- Come stai Heather? – sussurrò. La sua voce. No, no…stavo solo immaginando tutto. Era solo suggestione nata da quel biglietto. I fantasmi sussurrano...eppure la sua immagine era così nitida. La sua essenza decisamente corposa.
- Micheal…- ansimai, mettendomi una mano sotto il cuore. Stavo male. La nausea mi salì in gola. Scossi il capo. Deglutendo con affanno.
- Hai ricevuto il mio biglietto?-domandò lui. Come non fossero passati anni, ma un giorno. Come se fosse uscito quella mattina da casa mentre dormivo, e ora mi parlava del biglietto che mi aveva lasciato per dirmi dove andava. Era tutto così irreale. Era tutto così maledettamente...vero.
- Si…- ansimai. Le lacrime mi bruciavano sulle ciglia.
- Perché sei sorpresa?-
- Tu dovresti esser morto!Cioè...non mi fraintendere ...-
- certo, capisco il tuo stupore, piccola streghetta-
Piccola streghetta, così mi chiamava sempre lui.
Suonò nuovamente il campanello di casa. Aprii e mi trovai davanti Milliecent Carver.
- Heather sei stupenda…oh…chi è questo bell’uomo?-
- Lui…è Micheal-
Lei si ricordò in quel momento della foto di mio marito sul ripiano del caminetto e sbiancò.
- Oh mio Dio…-
- Pensavo di stare sognando quando me lo sono trovata riflesso nello specchio, alle mie spalle.- le spiegai, con il respiro affannoso. Lei mi prese le mani fra le sue. Per calmarmi. Poi con gli occhi indicò Micheal dietro di me.
- Preferite restare soli?- sussurrò la mia amica.
- Si- disse lui.
- No – replicai io contemporaneamente.
- Allora?-
- Forse è meglio andare alla festa. Ho bisogno …di tempo per assorbire il colpo-e lo guardai.
- Certo…comprendo- rispose lui non celando una certa delusione. Ma che si aspettava? Avevo ancora lo stomaco sotto sopra. Alcuni dubbi mi stavano aggredendo con violenza. La sensazione era stranissima e sentivo come mille spilli sotto pelle.
Me lo ricordavo più alto, i capelli erano solcati da morbide onde, castano molto scuro, quasi neri e grigi sulle tempie, mentre quest’uomo li aveva lisci di un castano slavato. Avevo dubbi che fosse Micheal pur che la somiglianza fosse notevole. Ma, a riguardarlo con più razionalità, capii che non era lui. Micheal aveva trentasette anni quando, nel 1915 era stato richiamato alle armi, essendo un ufficiale di alto grado. Aveva già le tempie brizzolate e gli occhi erano circondati da un’affascinante raggiera di rughe. Che lo rendeva ancor più interessante. Quest’uomo era molto più giovane.
- Vieni anche tu così mi sarà ...più facile. Te ne prego-gli domandai con occhi supplicanti. Lui sorrise. Il sorriso era identico. Quelle fossette inconfondibili...di nuovo gli spilli sottopelle.C’era una persona che lo conosceva perfettamente, George Ingrahm, era il suo miglior amico, sapeva particolari di Micheal che nessun altro sapeva. Nemmeno io.
- Va bene.- ed uscimmo.
Cosi ci recammo alla festa. Per tutta la sera i dubbi non mi diedero pace, sentendomi come in affanno. Come faceva sapere il mio nomignolo? Forse l’uomo, frugando fra gli oggetti di mio marito morto, aveva trovato qualche lettera indirizzata a me e aveva trovato il mio nome…mia amatissima streghetta, mi scriveva Micheal. La scrittura era però identica a quella di Micheal…perché quest’uomo voleva farmi credere di esser mio marito?
Non ero ricca. A cosa mirava?
Cercai subito George e lo condussi dal presunto Micheal. I due si guardarono negli occhi e si abbracciarono. Com’era possibile? Li vidi poco più tardi seduti in un angolo, conversavano in modo fitto. Spesso George sorrideva. Poi d’improvviso si fece serio e incredulo. Notai che scuoteva il capo. Avrei voluto esser una mosca per poter sentire.
Finalmente vidi George da solo e mi avvicinai a lui.
- George…è davvero Micheal?-gli domandai a bruciapelo. Non riuscivo più a soffocare la mia ansia.
- Si, certo Heather, chi dovrebbe essere?-
Fu come ricevere un pugno nello stomaco. Perché mi mentivano ? Avevo trascorso sedici anni con Micheal Walker, come potevo sbagliarmi?
- Alcuni particolari di lui…non coincidono-ribattei.
- Gli ho chiesto alcune cose…intime. Come fa a saperle? –
- Ma Micheal aveva i capelli brizzolati…aveva già trentasette anni quando partì…quest’uomo è più giovane-
- È lui- replicò George, con decisione.
Forse era così , me lo immaginavo in quel modo, perché doveva esser diventato così dopo otto anni…
Ballammo insieme alcune volte e la gente ci guardava incredula. Probabilmente molti di quelli che vivevano da molti anni a Blendings, piccolo sobborgo londinese, avevano partecipato alle nostre nozze. Ci conoscevano bene e ora erano sorpresi quanto me di quel miracolo.
Esausta di chiacchiere, musica balli e stordita da qualche bicchiere di sherry, risalii in auto con Micheal che mi tenne vicino, il suo braccio che mi circondava le spalle. Di nuovo la sensazione che non ci fossimo mai lasciati. Eppure i dubbi ancora vagavano nella mia mente.
Lui dormì sul divano. Non ero ancora pronta a dormire di nuovo con lui e lui capì perfettamente senza contare che nostro figlio Andrew ancora non l'aveva visto. Trovarlo nel mio letto poteva scioccarlo visto che non era mai entrato nessuno nella mia camera, nella mia e nella sua vita.
Fu un sonno inquieto e mi svegliai di colpo con il respiro affannoso. Guardai la sveglia, era passata l’una da poco, forse un buon bicchiere di latte poteva rilassarmi cosi scesi le scale e raggiunsi la cucina. Scaldai del latte e lo versai in un bicchiere. In quel momento lui entrò. Bello come non mai. Indossava solo i pantaloni del pigiama e una canottiera.
- Ehi, streghetta, cosa fai in piedi? Non dormivi per i dubbi atroci che ti ronzano nella testolina?- e si passò una mano fra i capelli arruffati e con striature argento.
- Sì….-e lo guardai.
- Ho fame..posso mangiare qualcosa? Sai non ho cenato e ho mangiato poco anche alla festa–
- Certo, Micheal...ci dovrebbero essere dei sandwiches- e indicai lo sportello della dispensa.
Lui spalancò l’anta. Passai dietro di lui e vidi in quel momento un particolare sulla sua spalla. Era una grossa G, era una cicatrice talmente spessa da sembrare un marchio, Micheal se l’era causata cadendo dal tetto e precipitando sopra un cancello.
Impossibile procurarsi una deturpazione uguale. Inoltre aveva un neo a forma di luna poco sotto la cicatrice.
- Micheal…- sussurrai. Le lacrime iniziarono a scorrere rapide, inarrestabili sulle mie guance. Lui si voltò.
- Ehi, cosa succede?-domandò, turbato dalle mie lacrime.
- Sei…tornato!- e gli buttai le braccia al collo, cercando la sua bocca. Lui mi infilò le mani fra i capelli, afferrandomi bene la testa, e mi baciò con passione.
- Mi sei mancata da morire…anche nella mia amnesia. sapevo che c’era qualcuno che mi aspettava. A volte sognavo una donna. Ma non riuscivo mai a vedere il viso. Finalmente una notte ti ho ricordata…è stato come accendere un fiammifero che ha fatto così luce sul mio passato. Ho ricordato tutto. Appena sono uscito dall’ospedale, ho scritto quel biglietto…ed eccomi qua-
- Ti ricordavo…diverso-
- Tuo padre mi assomigliava davvero molto…forse ricordi lui e ci confondi…-
- Si…è vero, mio padre era un uomo forte, deciso, molto affascinante-
- Come me, eh streghetta?-
Io lo guardai sospettosa poi scoppiai a ridere. Ricordavo che era piuttosto vanitoso. In modo ironico, mai arrogante.
- Streghetta, dimmi una cosa ora, vuoi ancora…dormire sola?-
- No-scossi il capo con decisione.
- Sai che giorno è oggi?-
- No…-avevo totalmente perso il senso del tempo. 
- E’ San Valentino, amore!- e suggellò con un bacio quell'affermazione, strappando il foglietto del calendario appeso al muro. Mi sollevò sulle braccia e uscì dalla cucina, baciandomi mi portò su per la scala…fino al nostro nido d’amore.

giovedì 29 dicembre 2011

UNA PASSIONE PER CAPODANNO


Spagna, a sessanta chilometri da Barcellona, Marisol Hernandez fu svegliata da un forte russare e dalla luce del sole. Il secondo motivo era di certo molto gradevole, il primo assolutamente no. Era imprevisto e terribilmente imbarazzante. Provò a muoversi ma un braccio muscoloso le cingeva la vita. Si voltò comunque come potè e vide il profilo dell’uomo alle proprie spalle. Gemette. Cosa aveva combinato la sera prima? Il corpo di lui aderiva al suo in modo troppo intimo. Le lenzuola erano fresche sulla propria pelle, capì così di esser completamente nuda. Avvampò. Perché anche l’uomo lo era. Seppur non fosse un’ingenua verginella, era comunque sgradevole trovarsi in quella situazione, con un uomo conosciuto solo alcune ore prima.
Anthony Montgradi si era svegliato verso le sei, con il corpo caldo e morbido di una donna contro il suo. Non era una novità quella. Ma che non ricordasse chi fosse la sua compagna di letto, era grave. Cosa era successo dopo la mezzanotte, dopo l’inizio del nuovo anno?
Guardò la donna. Era la scrittrice con cui aveva battibeccato tutta la sera. Lei si girò dandogli di spalle. Anthony sentì freddo. Si avvicinò così di nuovo a lei, cingendole la vita, facendo aderire bene il proprio corpo nudo a quello di lei, altrettanto nudo e piuttosto florido, il profumo della pelle di lei era decisamente piacevole. Sorrise pensando: bel modo di iniziare l’anno.
Marisol finse di dormire. Ma riandò con la mente al giorno prima.
Il giorno precedente, lei ra arrivata all’agriturismo in auto, con la sua editrice nonché più cara amica Emanuela Martinez. La sorella di Emanuela, Tonia con il marito Francisco, gestivano l’attività da un paio d’anni. Avevano invitato una cinquantina di amici per festeggiare la fine dell’anno. Era un bel gruppo variegato. Tutti erano sembrati molto simpatici a Marisol, aveva discorso con loro di vari generi di argomenti. Poi era rimasta qualche minuto da sola, e si era avvicinato a lei un uomo.
Lui si era mostrato molto arrogante, sicuro di sé, l'aveva messa messa in imbarazzo con altre persone, discutendo della scarsa cultura che si trovava nei suoi romanzi, definendoli romanzetti. Aveva pronunciato 'romanzetti' con lo stesso sprezzo con cui si dice: spazzatura. Immondizia. Lui era altrettanto affermato e scriveva romanzi più 'seri', saggi sull’archeologia.
Oltre ad essere dotato di notevole cultura, era maledettamente bello ed era un noto playboy di fama internazionale.
- ha mai letto uno dei miei libri?- le aveva domandato. Lei aveva risposto di sì, citando un titolo. Così la donna aveva replicato subito dopo:
- e lei ha letto uno dei miei ?- lo aveva così provocato.
- me ne guardo bene-
- allora come fa ritenerli spazzatura, romanzetti di quart'ordine? -
Lo aveva lasciato lì, da solo. Sbalordito della sua domanda. Marisol aveva chiesto  a Tonia se poteva avere un aspirina, dopo di che si era recata in cucina.
Anthony era rimasto come tramortito, come se gli avessero dato un pugno allo stomaco. Nessuna donna lo aveva trattato in quel modo così impertinente. Distaccato. Nessuna era riuscita a non perdere la testa per lui, incantata dal suo sorriso, dai suoi occhi nerissimi, pareva un antico faraone egiziano gli avevano detto. Nessuna. Fino a quella sera. L'aveva seguita con lo sguardo. Non era certo il suo ideale di donna, era un poco goffa, aveva un visto grazioso, era piuttosto robusta. Si appoggiò stancamente allo stipite della porta ad arco che dava nel salone. La vide tornare dalla cucina. Guardò l'orologio. In quel momento stapparono lo spumante. Era mezzanotte, era iniziato un nuovo anno. Così le afferrò il polso, la voltò verso di sé, le mise una mano dietro la nuca e la baciò con impeto.
Marisol lo vide, appena uscita dalla cucina, quegli occhi così intensi la spogliavano letteralmente. Doveva sbrigarsi, non voleva perdere il conto alla rovescia e l'apertura dello spumante. Ma sobbalzò quando si sentì afferrare al polso, venire attirata verso un corpo solido, per non parlare del bacio così irruento, coinvolgente.
- E’ impazzito?.- le venne comunque istintivo dire.
- Sotto il vischio non ti piace esser baciata?- come osava darle del tu!
Marisol alzò lo sguardo e vide il rametto.
- Sì, ma…non da lei-
- Lo so che sei pazza di me. Non sono come gli altri, credimi, sono uomini troppo deboli che puoi comandare a tuo piacimento.Non fan per te-
- Ah, me ne sono accorta che lei non è
come gli altri! Nemmeno io sono come le altre, non cadrò ai suoi  piedi solo perché  è bello-
Oddio, ecco, l'aveva detto. Come se non fosse già abbastanza arrogante quell'uomo.
Lui rise e la lasciò andare.
Per evitarlo, flirto’ con Ramon Torres e Jordi Soldado, due affascinanti attori di teatro. Purtroppo, bevve un bicchiere di troppo.Così verso le due, sentì il bisogno di ritornare in camera. Ci provò. D’un tratto qualcuno l’afferrò alla vita, e la prese su in braccio per depositarla nel letto. Sentì la stoffa del suo abito scivolare via e così tutto il resto. Poi piombò in un sonno profondo.
Due ore più tardi, provò a muoversi, ma qualcuno era su di lei che le impediva ciò. Vide davanti a sé, l’uomo che l’aveva baciata in modo impetuoso sotto il vischio, ultima cosa che ricordava bene della sera prima. L’uomo davanti a lei la stava baciando ovunque, mentre con la mano la stava toccando in modo terribilmente intimo. Il suo corpo si inarcò, non ascoltando ragioni.
Ma si riprese in fretta appena lui cercò di farsi strada fra le sue gambe. No, no, no! Non poteva darsi così ! Cercò di respingerlo, di respingere la voglia di lasciarsi andare a quell'uomo focoso. Non aveva però la forza di lottare. Lui la guardò. Troppo arrendevole a causa dell’alcol. Così la prese fra le braccia, si girò sulla schiena e le fece posare il capo sul proprio petto. Lei sospirò sollevata, e si riaddormentò.
Verso le otto così, Marisol stava cercando di ricordare ogni cosa. Poi fu certa, o almeno credeva, di non aver fatto l’amore con quell’ uomo. Cercò di liberarsi, l’uomo aderì a lei, facendole sentire che …era terribilmente eccitato.
- Lasciatemi ! – esclamò. L’uomo si svegliò lentamente.
- Tesoro, se non la smetti di muoverti, ti prenderò all'istante. –
- Cosa ci fa nel mio letto!-
- Un po’ tardi per protestare no? Stanotte, quando ti toccavo, non eri così contraria….-
- Vuol farmi credere che io e lei abbiamo fatto...ehm, sesso?-
- sì, abbiamo fatto ...ehm, sesso. Gli opposti, si sa, si attraggono. Forse caratterialmente facciamo scintille, ma a letto, bellezza, io e te siamo perfettamente compatibili, e come rispondevi alle mie spinte, tesoro… -e la guardò con seduzione. 
- Non ci credo! –
Marisol si era messa a sedere. Stava seduta sulle ginocchia piegate sotto di sé, stringendosi il lenzuolo addosso.
- Perché dovrei mentire?-la guardò. Era davvero formosa, anzi piuttosto florida. Ben diversa dalle bellezze diafane al limite dell'anoressia, che era abituato a corteggiare e ad avere intorno. Stranamente fu attratto dalla sua figura prosperosa. Per non dire volgarmente grassoccia.
- Perché lei è un arrogante seduttore e vuole vantarsi che le ho ceduto così facilmente.-
Anthony la guardò scoppiando a ridere nervosamente. Accidenti, seppur Marisol Hernandez scrivesse romanzetti farciti di assurde romanticherie, era una donna di spiccata intelligenza, ironia.
Era la prima volta che una donna gli diceva di no. Lui la guardò poi perse la pazienza. Si sollevò e come la sera prima l’afferrò dietro la nuca e l’attirò a sé, la baciò e Marisol lo colpì e graffiò alle spalle poi si strinse a lui con passione, circondandogli i fianchi con le gambe. Lui la spinse giù sui lenzuoli e si preparò a prenderla. Le afferrò le mani sopra il capo, sfiorando con la bocca la sua pelle dal collo ai seni pieni. Lei s’inarcò. Stava commettendo una pazzia, lei sempre così controllata, razionale. Troppo immersa nella sua carriera, per non aver tempo per altro. Lui le lasciò andare le mani, la baciò e iniziò a muoversi in lei, ben presto il loro amplesso divenne impetuoso, lei non voleva subire, voleva guidare anche lei. Fu cosi vorticoso, che gli lasciò alla fine sconvolti dalla forza di quella passione troppo a lungo sopita di lei e che lui aveva risvegliato, e lui era sconvolto di esser stato preda di quella passione che lo aveva travolto anche a livello emotivo.
Tempo dopo, bussarono alla porta.
- Marisol…hai visto Anthony? – le domandò la sua amica. Marisol non ebbe tempo di rispondere. Lui si alzò e con indosso solo i boxer, andò ad aprire.
- C’è…una telefonata per te-gli comunicò Emanuela per nulla sorpresa. Sapeva già dai primi battibecchi che quei due si piacevano. Molto. Erano come due magneti. Scintille e innegabile attrazione.
- Va bene…cinque minuti e arrivo gù.-
- Bene…-
Marisol era sprofondata nell’imbarazzo. Per tutta la sera aveva detto cose tremende di lui e ora…certo, era la sua migliore amica, avrebbe capito. Ma era comunque imbarazzante. Era sempre così discreta.
Lui si vestì rapidamente, le diede un bacio ed uscì..
Marisol si gettò sotto la doccia. Il suo corpo era ancora caldo della passione. Mentre si vestiva, si affacciò alla finestra e lo vide salutare salire in auto. Se ne era andato senza salutarla. Cosa si aspettava da un uomo così? La dichiarazione d’amore?
Lei restò alcune ore in compagnia degli ospiti rimasti, alcune signore avevano il suo romanzo in borsa e timidamente le chiesero un autografo e Marisol fu strafelice di firmare e scrivere qualche dedica appropriata poi lei e l’editrice tornarono a Barcellona, Marisol viveva nei pressi di Barceloneta, la zona balneare della città catalana.
Anthony aveva benedetto quella telefonata. Le cose stavano diventando troppo serie. Non aveva mai provato un simile trasporto emotivo nel fare l’amore. Aveva bisogno di qualche giorno per pensare. Quella donna gli era entrata dentro e non riusciva più a togliersela di mente. 
Ma che cosa gli stava succedendo?
Quella sera, mentre si preparava la cena, sentì il peso della solitudine sulle spalle. Come se lei avesse abitato lì per molto tempo, e ora non ci fosse più….fosse andata via. Non era possibile, era folle che poche ore con lei gli avessero sconvolto così la vita. Eppure non riusciva a smettere di pensare a lei, di volerla…di amarla!
Maledizione era follia quella!
Ma era follia ormai stare lontano da lei.
Doveva ritrovarla. Rivederla. Dirle che quell’anno la sua vita sarebbe cambiata. Che l’avrebbe trascorsa con lui. 
Le loro vite erano già cambiate da che si erano guardati. Le loro divergenze di opinioni erano il sale del loro rapporto. Indispensabile per non cadere nell’abitudine, nella noia.
Uscì e andò a correre sulla spiaggia. Attività fisica era l'ideale per non pensare troppo. Anche lui viveva a Barceloneta, in un loft estremamente lussuoso.
Doveva contattare Tonia per sapere dove vivesse Marisol.
Ma non ci fu bisogno. La vide seduta vicino alla riva. Con un vestito delizioso addosso, i sandali accanto asè.
Si avvicinò a lei.
- Sai due giorni fa pensavo che quella telefonata fosse stata una benedizione, per andarmene senza guardarmi indietro. Ma ora la maledico. Perché forse …ti ho perduta per sempre-
Marisol alzò gli occhi e sobbalzò. Stava pensando a lui. Si alzò e lo guardò. L’emozione la lasciava incredibilmente senza parole. Il che era il colmo per una scrittrice.
- Siamo così diversi io e te….- sussurrò lei.
- Funzionerà per questo. Anche se non abbiamo ancora vissuto insieme…ma mi manchi nel mio loft immenso. Sei diversa. Hai molte qualità, fra cui il senso dell’humor e poi cosa essenziale, mi hai dato una cosa… che molte donne in passato non mi hanno dato…-
- Ah sì cosa? – domandò, quasi spaventata della risposta. 
- Un bel no. Hai una tua personalità. Una tua vita. Una tua autonomia. Sai dire no. Nessuno non me l’hai mai detto. All'inizio, confesso, ne ero molto indispettito. Ma mi rendo conto che mi sono stancato di donne troppo condiscendenti-.
- Hai avuto una vita troppo facile-
- Esatto. Tu sei tutto l’opposto delle donne che ho avuto finora.-
- Ti stancherai anche di questa novità.-
- Come posso stancarmi della persona che amo?-
Marisol lo guardò ancora scettica. La luce di arroganza era sparita. Sembrava profondamente sincero.
Quel vischio ha compiuto un miracolo?-sussurrò lei.
- Porta fortuna. Tu sei la mia fortuna. Voglio trascorrere con te questo nuovo anno…e tutti quelli che verranno. –
- Baciami-
Anthony Montgradi non se lo fece ripetere. Quel bacio era come stappare una bottiglia di champagne. Suggellava un momento indimenticabile.
Fine

mercoledì 21 dicembre 2011

UN NATALE PER RICOMINCIARE


Natale 1995 
Carla Lamberti uscì rapidamente dalla libreria del quartiere, ridendo ancora della battuta della sua amica e proprietaria del negozio, ma essendo così distratta, non si accorse dell'uomo che stava passando  in quel mentre e fu così che avvenne lo scontro.  Un uomo passò in quel momento e così avvenne lo scontro. 
mi scusi...non ho guardato bene chi passava- si scusò subito lei. In effetti, era uscita in modo un po' avventato e l'uomo contro cui andò a sbattere, era di fisico massiccio che la fece quasi rimbalzare indietro per la forza dell'impatto. Si chinò e raccolse i due libri impacchettati. L'uomo fece lo stesso con i suoi pacchetti. Quando si rialzò, l'aroma di una costosa colonia le arrivò alle narici. Da molto tempo non si trovava tanto vicina ad un uomo, notava il suo aspetto, aspirava il suo odore. Anche lui fu inebriato dal profumo dei capelli di lei. 
Sì, è uscita in modo un po' troppo irruente dalla libreria- l'apostrofò rudemente. Sperò che quella donna non si fosse fatta male, ammise di esser stato anche lui sovrappensiero quando aveva svoltato l'angolo della via.  Cercò di esser rude, per non notare quanto fosse dolce e attraente la donna davanti a lui, era la prima volta da mesi che non guardava un'altra donna, da che....scosse il capo. Insomma non stava facendo nulla di male.
Lei lo guardò meglio. Era il nuovo inquilino del sesto piano. La sua amica Isabella, la portinaia, le aveva raccontato che l'uomo era vedovo con un bambino di sette anni. Una signora tedesca si occupava del piccolo, mentre il padre, che lavorava nel campo dell'editoria, era al lavoro. 
Le ho chiesto scusa...- mormorò Carla. L'uomo bofonchiò qualcosa di incomprensibile e si allontanò rapidamente. Carla sospirò e lo seguì perché si stava dirigendo verso casa. 
Capiva cosa provava quell'uomo, anche lei, da tre anni, aveva perso l'uomo della sua vita, in modo crudele, inaspettato, ma nonostante questo dolore, non rispondeva male al prossimo, era serena e socievole. 
Guardò le luminare natalizie e sospirò. Cercando di non farsi avvelenare l'atmosfera natalizia che respirava e le riempiva il cuore di pace, dolcezza, piacevoli aspettative. Un altro Natale da vivere. Ecco la sua visione, il dono della vita la sola cosa che contasse. Poter passare quel Natale con le persone che si amavano. Un pensiero dolce amaro  per Riccardo che ora vegliava da lassù su di lei e Mirko.  
Infilò i libri nel sacchetto della spesa ed aprì il portone. 
Destino volle che si ritrovassero, lei e il signore 'Scontroso'. sull'ascensore. Lui la ignorò letteralmente. Anche se non fu facile per lui, perché dovette ammettere che lei era una donna molto attraente, e probabilmente aveva una schiera di ammiratori, conduceva una vita molto movimentata, mondana troppo mondana. No, lei non rispecchiava il suo tipo ideale, era ben distante dalle sue esigenze. Carla si stava domandando perché lui fosse tanto scostante. L'ascensore si fermò al quinto piano, e Carla scese,  si voltò per salutare ma l'uomo aveva già premuto per ripartire. Sbuffò. 
Entrò in casa. Con lei vivevano la sua migliore amica Sandra Guzzi e sua figlia Marina. Sandra,  anche lei vedova, era sarta. Si erano conosciute in quella tragica circostanza. Entrambi i loro mariti erano morti in un incidente ferroviario, in cui avevano perso la vita anche altre novantadue persone. I due uomini si trovavano vicini, seduti nella carrozza ristorante quando era avvenuto il terribile impatto. Avevano così messo i due corpi vicini. Carla e Sandra si conoscevano solo di vista, abitando nello stesso stabile ma soffrendo unite nello stesso dolore, accomunate dallo stesso destino, avevano subito instaurato una solida amicizia, che le aveva portate a raccogliere le proprie forze per convivere insieme coi propri rispettivi figli. 
Nel loro appartamento avevano un locale adibito a sartoria. Ma il lavoro di sarta non impediva a Sandra di occuparsi di sua figlia e di Mirko, il figlio di Carla. Entrambi i bambini avevano sei anni
Carla era la segreteria in un ufficio di commercialisti. 
ciao mamma!- la salutò il suo bellissimo bambino.
Ciao tesoro! - e lo abbracciò forte. Il suo piccolo uomo, così insolitamente maturo per la sua età, il suo linguaggio era piuttosto vario, osservava tutto con domande non banali, parlava con poche incertezze, del tutto normali a quell'età. 
Ciao ...- le sorrise Sandra. Se non fosse stato per Carla, la sua forza d'animo nell'affrontare la vita, Sandra si sarebbe di sicuro lasciata andare alla depressione. Dopo la morte di Gustavo, andare a vivere con Carla e suo figlio Mirko era stata una vera ancora di salvezza per lei e la sua bimba. In quei momenti come il Natale non smetteva di ringraziare Dio e una buona stella perché non erano più sole. 
Ciao cara. Ho qua la spesa...-e le ammiccò. Già i regali. Sandra aveva acquistato due giochi per i bambini mentre Claudia aveva comprato anche due libri, ai due bambini piaceva leggere. A Sandra aveva regalato una stupenda borsa con portafoglio coordinato. Che aveva già nascosto in casa. 
Sandra prese la busta della spesa che Carla le porgeva.
ciao zia Carla- la salutò Marina con un pezzetto di stoffa in mano. Anche lei con la passione del cucito come sua madre.
Che cosa stai cucendo?-
una gonna per Liz, la mia Barbie fascion- 
stupenda. Diventerai brava come tua madre-
mamma, domani c'è la recita di Natale a scuola. Puoi venire?- la informò suo figlio Mirko. Il bambino pensò che la sua mamma lavorava sempre molto, ma gli era sempre vicino come poteva, la voleva vicino in quella recita dove aveva il ruolo di Giuseppe e cantava anche.    
Sì, sua madre avrebbe fatto l'impossibile per esserci, ma voleva esser tranquillo e chiederglielo.  Carla sapeva della recita. Anche se l'avessero fatta in settimana, avrebbe chiesto di uscire nel suo orario d'ufficio ovvero alle cinque in modo di esser presente alle recita natalizia.  Era l'assistente del più anziano dei commercialisti, ma seppur la sua posizione fosse molto importante ma non così importante quanto suo figlio, cercando in ogni modo di stargli vicino in quei momenti speciali irripetibili.  
Certo che ci sarò, tesoro- e gli fece un buffetto sulle guance. 
fantastico!- e sorrise. Somigliava così tanto al padre. Stessi occhi grigio azzurro dal taglio vagamente felino, stessi capelli di un caldo biondo e le inconfondibili fossette sulle guance e una sul mento. 
Ora io e Sandra ci occupiamo della cena. Poi mi raccontate tutto, va bene?- e guardò i due bambini.
Va bene - 
In realtà era Carla che cucinava, giustamente, visto che Sandra si occupava di altre incombenze casalinghe. Si erano divise i compiti. 
ho incontrato l'inquilino nuovo del quinto piano- le raccontò subito Carla. 
il signor Giorgio Benetti-
ah, Isa mi ha detto solo il cognome.-
dove l'hai incontrato?-
Carla le raccontò tutto.
Uh, che caratteraccio. -
già. Comprendo il suo dolore ma ciò non significa esser maleducato-
che tipo è fisicamente?-
oh...brutto non è. Ma anche se fosse l'uomo più bello del mondo, non ha un bel carattere.- probabilmente alimentato dalla tragedia che l'aveva colpito ma Carla preferiva di gran lunga gli uomini estroversi. 
certo.-
ha un figlio. So solo che ha sette anni-
e' vedovo anche Benetti-
sì...- 
potremmo invitarlo alla festa no?-
sì, ma secondo te accetterebbe?-
noi gli mettiamo l'invito nella posta. Poi sta a lui. Tu il gesto buono e di pace l'hai fatto. 
Sandra intuiva dell'interesse di Carla per l'uomo. Se la conosceva ormai bene come credeva, a Carla dispiaceva che l'uomo si comportasse in quel modo burbero. La festa poteva esser un mezzo per sciogliere quel cuore. 
Non deve pensare solo a se stesso, al suo dolore- fece quella considerazione. 
esatto.- replicò Carla. Sandra aveva dichiarato di non volersi più risposare. Non sarebbe riuscita a vivere accanto ad un altro uomo. Ma voleva che Carla trovasse un brav'uomo. 
A Natale, da un paio d'anni, lei e Sandra organizzavano una festicciola natalizia per i bambini del condominio. Tutte le mamme collaboravano. C'era anche una piccola caccia al tesoro con piccoli regali creati da Sandra. Inoltre i bambini portavano un giocattolo loro, in ottime condizioni, per poi donarlo all'istituto Magaar, dove si trovavano dei bambini orfani della guerra appena conclusa nell'ex Jugoslavia.
Un'altra associazione si occupava di offrire vestiti e cibo. Ma a Natale, i bambini avevano bisogno di coccole e di un gioco. 
Anche nel condominio di fronte, che si trovava però nel loro stesso cortile, viveva Barbara Caputi, collega e ottima amica di Carla, divorziata e con due figli, organizzava una festa simile e insieme così portavano i regali raccolti all'istituto che si trovava nel quartiere.

Quella sera, insieme ai bambini prepararono gli inviti alla festa che sarebbe avvenuta la settimana seguente. Tre giorni prima di Natale. 
ti piace ?-domandò Mirko, mostrando il cartoncino. Quelli erano i momenti più belli, seduti al tavolo ogni sera, per finire i compiti meno impegnativi, per disegnare in quel caso i biglietti. Visto che era la loro festa,  era giusto che collaborassero creativamente. Per esser fieri di se stessi.  Era molto fiera di Mirko. Il piccolo, più volte, aveva dimostrato grande talento artistico. Riccardo amava dipingere nel tempo libero. 
Stupendo...- rispose Carla commossa. 
e questo zia?- le domandò Marina che la considerava davvero come una zia. 
mi chiedo cosa ci facciamo qua io e tua madre! Siete più bravi di noi!- si lamentò Carla, e sorrise subito dopo.
Anche Sandra amava quei momenti insieme, tv spenta, per dar sfogo alla creatività, allo stare insieme per ascoltare i loro figli. Carla aveva un carattere estroverso, era veramente brava a divertire i bambini con molto poco. Lei non aveva tutta quella sconfinata pazienza pur amando profondamente sua figlia. 
Siete brave a scriverli !-  
ah ecco. -
Carla intinse il pennino nella boccettina della china e scrisse l'invito. Soffiò sopra e lo mostrò. I disegni erano davvero stupendi. 
wow!- si complimentarono i presenti.
Bene....ora scriviamo i nomi...- 
Si era fatta dare la lista da Isabella. 
posso aiutarti a imbucarli?-
non possiamo tesoro. Li dobbiamo dare a Isa-

Due giorni dopo, nella cassetta, Sonia e Carla iniziarono a ricevere i biglietti di conferma alla festa. Solo tre persone non risposero. Ma quella mattina, Carla seppe da Isabella che due famiglie erano in fase di trasferimento, quindi non potevano partecipare. Ma la terza persona era proprio Giorgio Benetti. Che motivo aveva per rifiutare ? Non riusciva proprio a comprendere perchè l'uomo si comportasse così egoisticamente. 
So che ha un bambino, peccato che non voglia portarlo- commentò Carla. 
Perché non provi a chiederglielo di persona?-
Stasera andrò a domandarglielo, contaci!  Devo andare ora, buona giornata, ciao!-
anche a te, ciao!- e sorrise. Isabella Roversi pensò con tenerezza che la sua amica Carla era sempre così dinamica, piena di buone intenzioni. Chissà se sarebbe riuscita a scardinare il cuore di quell'uomo tanto ermetico? La sua amica Carla era un donna ostinata a amava le cause perse. Scongelare il cuore di Benetti era proprio una di quelle cause. Lui era davvero affascinante, peccato che allontanasse tutte con quel suo atteggiamento.Carla era vedova. Chi meglio di lei, poteva capire il dolore? Lei non si era chiusa in se stessa. Tutt'altro. 

Quella stessa mattina Stefano aveva trovato il bigliettino d'invito sotto il divano. Era accartocciato.
Dalla morte della mamma, avvenuta sette mesi prima, suo padre si era occupato molto scrupolosamente di lui ma senza dargli però calore, tenerezza. Era sempre troppo occupato a lavorare. Non aveva mai tempo per lui. Neanche quando era a casa, neanche la domenica. Era duro, severo. Mai un sorriso. Gli sembrava, a volte, che suo padre ce l'avesse con lui, se la mamma era andata in cielo. Ma non era così. Lui aveva tanto bisogno di affetto. Entrambi ne avevano bisogno!
Lo lesse lentamente e sorrise. Una festa! Quanto avrebbe voluto parteciparvi! Di sicuro aveva un gioco da donare, ne aveva così tanti. Ma non gli importava regalarne, suo padre non voleva mai giocare con lui, come invece faceva quando...scacciò la tristezza. Lesse di nuovo il biglietto. La festa era in un appartamento al quinto piano , non era certo lontano. Doveva tentare di parlare con suo padre. Questa volta non intendeva rinunciare. Non era un capriccio. Quella festa poteva ravvicinarli. 
Così andò in cucina, mentre il padre era seduto a far colazione. La signorina Stadtler stava preparandola al bambino. 
Stefano, fieni qua, è pronta colazione!-
arrivo...- 
Il piccolo si avvicinò al padre e gli mostrò il biglietto che aveva cercato di stendere bene. Giorgio sospirò. Così il piccolo aveva trovato il biglietto d'invito. Ma non poteva accontentarlo. Voleva passare il Natale con lui, senza intrusi. Con i loro ricordi. Non voleva conoscere nessuno. 
possiamo andarci? E' in questo palazzo! -
mangia su-
papà!-
ne riparliamo stasera- 
Giorgio sperò che il bambino se ne sarebbe dimenticato, durante la giornata. 
Stefano sbuffò e mangiò lentamente e mestamente la colazione. 
Quando suo padre diceva ne riparliamo, era certo che non sarebbe accaduto. Ma questa volta doveva insistere! Avrebbe fatto bene al padre, staccarsi dal lavoro e accorgersi di lui. Di quanto lo voleva vicino. 
su Stefano, fare presto, defi andare a scuola! - lo ammonì la governante.
Va bene! -
Quella sera, così, Stefano stava per avvicinarsi al padre per parlargli dell'invito quando bussarono alla porta. 
Giorgio che era vicino all'ingresso, l'aprì e si trovò davanti la donna con cui si era scontrato davanti alla libreria. Certo, era una donna davvero piacevole. Ma cosa voleva ancora?  
mi dica cosa vuole, ma faccia in fretta- le disse con freddezza. In modo spiccio.
Come se lei fosse il tecnico della Tv, che doveva aggiustare al più presto l'apparecchio o il signore si perdeva qualche partita di calcio! rimuginò Carla infuriata guardandolo. Avrebbe voluto  a schiaffi e allo stesso tempo, avrebbe desiderato scostargli una ciocca di capelli caduta sulla fronte, corrugata. 
volevo sapere se ha ricevuto l'invito...forse, per errore non l'ha visto bene, e l'ha buttato nella spazzatura-
forse era meglio l'avessi fatto, cosi mio figlio non si metteva in testa strane idee-
Oh, no, perché dice così? Suo figlio, potrebbe venire no? Tanto deve scendere solo una scala- insisté. Ma cosa costava a quell'uomo venire alla festa portando suo figlio?
non se ne parla-
la prego...perché si comporta in questo modo così ...egoista?- lo provocò con la sua innata dolcezza. 
cosa ha detto?- sibilò lui. Ma Carla non si spaventò di certo, ma non ripeté. 
Ti prego, papà!-sentì la voce di un bambino dietro le spalle larghe dell'uomo. 
abbiamo avuto da poco un lutto, ci lasci in pace! - e sbatté la porta davanti a lei. 
Carla picchiò un piede a terra con stizza, chiedendosi perché non riuscisse a convincere la persona ad aprire il suo cuore, a comportarsi con il cuore.   
Carla si mise una mano sullo stomaco. Quell'uomo soffriva terribilmente, certo, ma non era giusto il suo comportamento!  

Giorno della festa.
Carla, Sandra e altre cinque signore si offrirono di aiutare per preparare la festa. 
sapete, ho invitato anche il signor Benetti, ma lui non ha voluto sentir ragioni-
Si sentiva come in colpa per non esser riuscita  convincerlo a cambiare idea. 
ha perso la moglie da poco, non se la sente- 
suo figlio ha bisogno di riprendere la sua vita. Ha bisogno di lui. Ha già perso sua madre. Non è giusto che il padre si chiuda in se stesso, nel suo dolore e non gli dia il suo amore.- 
anche su questo hai ragione cara. Spero che cambi idea allora- 
povero piccolo- 
La festa ebbe inizio. Stavano mettendo i giochi in una cesta per portarli all'istituto, quando le si avvicinò Simona Ardighi, che aveva portato due bottiglie d'aranciata. 
sai chi c'è dietro la soglia? Il piccolo Benetti- 
davvero? - 
già...con in mano un gioco.-
Carla respinse le lacrime, e andò a vedere. Il piccolo la guardò, aveva gli occhi pieni di lacrime. Il piccolo era chiaramente venuto di nascosto dal padre. Avrebbe dovuto chiamare il padre per rassicurarlo che il piccolo era lì. 
Stefano voleva esser lì, ma desiderava anche la presenza di suo padre. Quella signora era talmente dolce ma anche molto grintosa, in grado di affrontare suo padre. 
ehi, tesoro, perché non entri?-
papà non vuole. Per ora non si è accorto che me ne sono uscito. Troppo occupato a lavorare. Ma appena lo farà...-
ascolta, parlo io con tuo padre se si decide a scendere. Non è giusto che tu non partecipi-
Non poteva negare a suo figlio una piccola festa con altri bambini. 
lui si infuri...erà.- balbettò il piccolo, cercando di riprendere fiato dopo aver pianto. 
non temere tesoro...vieni- 
Il piccolo prese la sua mano e la seguì all'interno dell'appartamento. Mise il suo giocattolo nella cesta. Anche a quello aveva pensato. Non era venuto a mani vuote, ma aveva pensato anche a portare un gioco. Ne fu particolarmente intenerita. 
Giorgio uscì dal suo studio e cercò il bambino.
Signora  Stadtler, dov'è Stefano?-
Insomma, a cosa stava pensando quella donna? Il suo compito principale era occuparsi del bambino non a guardare telenovelas!
Ammise che ultimamente lui stesso, aveva particolarmente e inconsciamente trascurato molto il bambino.
non essere in camera sua a giocare?-
no! -
Andò in salotto, e infuriato si versò un sorso di whisky. Aveva capito dove poteva esser andato il piccolo. 
Gli aveva disobbedito e Stefano non l'aveva mai fatto. Si rilassò un poco perché sentiva che suo figlio era comunque al sicuro, poco distante da lui. Al bambino importava davvero molto di quella festa al punto di disubbidire. Gli aveva negato quella del suo settimo compleanno, tre mesi prima. Stavolta Stefano non aveva accettato un no.  
Mentre beveva, nel vano del mobile bar, vide un pacchetto. Lo estrasse e si lasciò cadere su una sedia quando lesse il biglietto. Cercava di non pensare ad Anna, persa in poche settimane da un male incurabile. La vita andava avanti, se lo diceva ogni giorno che si alzava dal letto. Lei gli aveva fatto giurare di non seppellire il suo cuore con lei, che lui doveva amare ancora e pensare a Stefano. 
Il regalo  per il bambino era proprio da parte di Anna. Dalla forma del regalo capì che era un libro. 
Ingoiò il nodo alla gola. A lei piaceva molto leggere e voleva che anche Stefano se ne appassionasse quanto lei. Infatti, Stefano molte volte, invece di guardare la tv o giocare, leggeva. 
Poggiò il regalo sul tavolo quindi uscì dall'appartamento e scese al piano superiore. Capì dov'era la festa perché sentì le risate dei bambini e la musica festosa natalizia. 
Entrò e tutti tacquero. La musica si fermò. 
papà.-
come ti è saltato in testa di uscire senza dir niente?-
Doveva fargli capire comunque che doveva avvisare sempre quando usciva dall'appartamento. Stefano comprese la preoccupazione di suo padre, che aveva di certo ragione ma se glielo chiedeva di sicuro non l'avrebbe fatto uscire. 
ti prego, voglio rimanere-
non se ne parla. Fila in casa! -e fece il gesto al figlio di uscire. Carla perse la pazienza. Perché il bambino non poteva rimanere? Non correva certo del pericolo lì, in casa sua. 
la smetta di esser così egoista. Non capisce che sta negando il Natale a suo figlio?  Sta negando il suo amore di padre a suo figlio?-
Carla doveva esser brutale per farlo riflettere sul suo errore di chiudersi in quel modo, negando se stesso al piccolo, non per gli altri che avevano secondaria importanza, ma per il suo bambino che doveva venire prima di tutto. 
Giorgio fu irritato da quelle parole, come se lui non si prendesse cura a sufficienza di suo figlio. Cosa ne sapeva quella donna di ciò che provava lui? Che ne sapeva della solitudine, della morte?
che ne vuol sapere lei?- sbottò. Carla respinse le lacrime , non la conosceva ancora cosa poterne sapere del suo dolore? 
lo so perfettamente invece! Sono vedova. Ma non ho mai negato il mio amore a mio figlio Mirko. Ha già perso il padre non può perdere anche la mia presenza costante, il mio amore. Suo figlio è terribilmente solo! Certo, lei è presente. Ma non con il cuore. Suo figlio viene prima di tutto. -
Giorgio si guardò attorno. Sguardi di aperto rimprovero lo trapassarono. Imbarazzato se ne andò. Così, anche lei era vedova! Tutti lo sapevano, tranne lui. Si sentiva ancor peggio di prima. Aveva tratto conclusioni affrettate. 
Tornò in casa. Era stato un discorso molto crudo e ...accidenti  quella donna straordinaria aveva ragione! Aveva chiuso il suo cuore in cassaforte, non pensando altri che a se stesso. Aveva lasciato solo Stefano. Escludendolo dalla sua vita. Era tanto rigido con lui, e poi lo lasciava solo. 
Carla prese fra le braccia il bambino, che vedendo andar via suo padre, era scoppiato in lacrime. Non solo non aveva più sua mamma, ma aveva anche perso suo padre? Era un Natale orrendo, pensò il bambino, fra le braccia di quella donna. 
Giorgio riapparve sulla soglia con un pacchetto in mano. 
Stefano, guarda chi c'è?- sussurrò Carla. Finalmente, le sue parole, seppur dure, avevano raggiunto il cuore di quell'uomo. Si era reso conto dell'errore che stava commettendo, perchè così facendo, stava rovinando suo figlio
Il piccolo si voltò e vide suo padre. Era incredulo. Guardò Carla, quella donna era davvero buona e bravissima a convincere suo padre. Stefano, così, gli corse fra le braccia. Il padre lo sollevò da terra e lo strinse a sé. 
Perdonami Stefano, ti prego...perdonami- piangendo, senza timore di esser mal giudicato come prima.  Non l'aveva ancora pianto da quando lei...se ne era andata. 
Sì...- sussurrò il piccolo che ormai singhiozzava ma stavolta erano lacrime di gioia. 
Tieni...- gli diede il pacchetto. 
e' della mamma! -esclamò il piccolo, leggendo il biglietto. 
sì...lei li comprava sempre d'anticipo...- gli spiegò,  soffocando di nuovo il nodo in gola, che minacciava di sopraffarlo. 
La commozione fu generale poi la serenità e il buon umore tornarono a regnare nella festa. 
grazie- sussurrò Giorgio a Carla che stava riattaccando un fiocco all'albero, trovato a terra. 
Di cosa? -gli domandò lei stupita. 
di avermi aperto gli occhi. Bruscamente ma ...ha fatto bene-
si ricordi che non è solo-
già..finalmente me ne sono reso conto. .- 
Giorgio non solo aveva riaperto il cuore a suo figlio, ma ad un futuro accanto a qualcun' altro di speciale. Un'altra persona che poteva capirlo e tenergli testa. 
Una donna adorabile che ora aveva sul naso un buffetto di zucchero a velo. Glielo tolse dolcemente con un fazzoletto.
oh...grazie...- e sorrise imbarazzata.
È stato...un piacere- e le sorrise. Carla trovò stupendo il sorriso di quell'uomo. 
Due giorni dopo, Carla andò a bussare alla porta di Giorgio.
siete soli domani per Natale? - azzardò l'invito. 
Ma prima che il padre dicesse qualcosa, Stefano si mise le mani sui fianchi e lo imitò facendo il vocione grosso come poté: 
senta, non le pare di essere un po' troppo invadente?- replicò che stava preparandosi a ribattere in quel modo. 
Giorgio lo guardò stupito. Poi scoppiò a ridere, contagiando anche Carla, che trovò la risata di lui meravigliosa. Stefano li guardava. Era al settimo cielo. Aveva di nuovo il suo papà, e chi lo sa? Una nuova mamma. Carla era una donna dolcissima. Gli piaceva davvero molto. 
accettiamo l'invito, grazie. Dobbiamo portare qualcosa?- 
Carla sentì il cuore esultare per aver riaperto il cuore. 
voi stessi. - disse solo. 
Le interessava solo la loro presenza.  Si vedeva che in quei due giorni padre e figlio stavano rapidamente recuperando il loro rapporto spezzato. 
no, ci mancherebbe. Dirò alla governante di preparare qualcosa, sa, è tedesca e fa ottimi  dolci del suo paese. 
già...ottimo. A domani.- 
–  a domani. Non vedo l'ora- 
Carla sorrise e arrossì. Stava nascendo qualcosa fra loro era felice e spaventata allo stesso tempo.Certo, la paura di soffrire ancora era del tutto naturale, ma dovevano pensare al presente. A vivere ogni singolo istante. 
Fu un Natale indimenticabile. Suggellò non solo la Nascita del Signore, ma anche di una nuova unione. Anime sole che si incontravano. Per non esserlo più.